Lasciamoli lavorare

Lasciamoli lavorare

di Paola Gentile

Non mi dilungherò sulle vicissitudini a tutti note che hanno caratterizzato il problematico insediamento del nuovo Governo e sul da taluni discusso comportamento del Capo dello Stato in quella situazione.

Proverò piuttosto a esprimere la mia opinione su quelle che sono state le dichiarazioni programmatiche del nostro appena approdato al Viminale nuovo Ministro, l’On. Salvini.

Non nascondo da parte mia, come del resto da parte di molti di quelli che seguono con attenzione gli sviluppi dell’operato dell’attuale Esecutivo, una certa non malcelata curiosità per quello che dovrebbe essere il tanto preannunciato cambiamento, soprattutto sul fronte dell’immigrazione, essendomi a lungo occupata di quel settore nella mia esperienza a Treviso.

A suo tempo, nel periodo in cui gli sbarchi di migranti si susseguivano a ritmo incessante con non poco sforzo delle Prefetture per fa sì che nessuno di loro non trovasse accoglienza, e cioè fino alla fine del mese di luglio dello scorso anno, avevo ipotizzato che l’esodo degli abitanti dell’Africa Sub-sahariana verso l’Europa fosse un fenomeno epocale, di portata “biblica”, paragonabile in un certo senso all’invasione dei… Barbari, cui nessuna azione da parte del mondo Occidentale avrebbe potuto far fronte.

Ed ecco invece che gli accordi con il Governo libico hanno cominciato a dare frutti, con una considerevole diminuzione dell’afflusso di migranti nel corso del 2018 rispetto a quelli che erano approdati sulle nostre coste nello scorso anno.

E dire che quello dell’immigrazione per taluni è stato un vero e proprio business, mentre ora si piange un periodo di “vacche magre”!

Il Ministro Salvini dipinge ora un quadro di espulsioni e di rimpatri e noi tutti gli auguriamo che ottenga successo nel proprio operato, ma quali saranno le conseguenze del suo attuale orientamento?

L’Europa per i profughi è un sogno, una terra promessa per uscire dallo stato di miseria morale e materiale che hanno abbandonato nel Paese di origine e che il rientro nel quale li lascerebbe senza alcun punto di riferimento.

Nel corso della mia attività di Presidente di turno della Commissione Territoriale che ha sede a Treviso, ho avuto modo di ascoltare molti dei loro racconti e l’idea che mi sono fatta è quella che profughi che si trovano sul nostro territorio nazionale, anche quelli che non hanno titolo al riconoscimento del diritto d’asilo, siano persone in fuga non solo dalle guerre o dal terrorismo, ma anche e soprattutto da uno stile di vita in cui non è riconosciuto loro alcun diritto al rispetto della persona, nemmeno dai propri familiari.

Quanti di loro, in sede di audizione, si trovano a dichiarare che il motivo per cui hanno lasciato la propria terra è il timore di essere perseguitati non da bande armate o dal loro Governo, ma dai loro stessi parenti, in virtù di una barbarie che noi non conosciamo più dai tempi del Medioevo.

Pensare a un loro rimpatrio mi fa venire i brividi solo immaginando che il loro destino sarebbe senza alcun dubbio quello di ritrovarsi inequivocabilmente allo sbaraglio, senza più punti di riferimento nel Paese che hanno furtivamente lasciato lasciandosi alle spalle storie di violenza e di degrado soprattutto morale che li hanno esposti all’arbitrio del terrorismo o del malaffare.

Ragionando in questi termini mi trovo a dire che la cosa migliore, oltre a quella di continuare a mettere in atto tutte le azioni possibili per contrastare con ogni mezzo l’esodo di queste persone, sarebbe quello di far sì che i migranti che si trovano già nel nostro territorio in attesa del giudizio della Commissione siano avviati verso un processo di reale integrazione, che è il veicolo per far sì che una volta usciti dall’accoglienza non si trovino allo sbando, ma siano in grado di provvedere a se stessi autonomamente anche in un Paese straniero.

E allora sì allo studio della lingua italiana, all’avviamento al lavoro o all’impiego dei migranti in lavori socialmente utili ovvero in quelle attività che i nostri giovani non hanno più voglia di fare, considerando l’immigrazione una risorsa per il nostro Paese e non un peso, sì da favorire la trasformazione dell’Italia in un territorio interculturale, nel quale la diversità è un arricchimento e non un handicap.

Mi permetterei di suggerire a coloro che si apprestano a governare il fenomeno dell’immigrazione queste brevi riflessioni, maturate in tre anni in cui ho toccato con mano il fenomeno, ascoltando le storie delle persone, con le loro difficoltà e il loro vissuto, fatto di arbitrî, soprusi e di maltrattamenti di ogni genere.

L’immigrazione non si combatte con i muri alle frontiere o con i blocchi navali, ma con una serie di politiche serie di sviluppo nei Paesi di origine, trasmettendo a coloro che hanno avuto la disgrazia di nascere in un luogo in cui la vita umana non gode di rispetto, i valori che la civiltà occidentale ha maturato nel corso della propria storia, fatta di guerre e di rivoluzioni, per approdare al benessere che noi tutti oggi conosciamo.

Naturalmente queste riflessioni nulla tolgono alla bontà delle dichiarazioni programmatiche rese dall’attuale compagine di Governo, perché se è vero che l’Italia è un grande Paese con una forte connotazione di terra accogliente, è anche giusto che coloro che non hanno titolo a soggiornare nel nostro territorio nazionale siano quanto prima espulsi o rimpatriati, senza nulla togliere alla tradizione che ha fatto dell’Italia una Nazione un tempo patria di tanti migranti, verso il continente americano o verso i Paesi più ricchi d’Europa, uno spazio entro il quale i più poveri possano trovare la speranza di vivere in un mondo migliore di quello che hanno lasciato.

Nel frattempo, immagino che i nostri tecnici siano già al lavoro per rappresentare al Ministro le strade che potrebbero essere percorse al fine di raggiungere l’obiettivo di evitare che nel nostro territorio trovino asilo persone che potrebbero essere un ostacolo alla necessaria sicurezza di tutti noi o soggiornino illegalmente nella Penisola, salvaguardando nel contempo l’esigenza di frenare l’esodo dal continente africano verso le nostre coste, favorito dai trafficanti di esseri umani che si arricchiscono alle spalle dei più deboli, per garantire a chi vive qui un’esistenza tranquilla e civile, pur nel rispetto delle diversità.