Maduro tiene duro

Maduro tiene duro

di Maurizio Guaitoli

Ma quanto è bravo Maduro!

Pochi sarebbero riusciti a ridurre in miseria in così breve tempo un Paese ricchissimo come il Venezuela. Le analisi e i dati che seguono si trovano pubblicati negli ultimi numeri di The Economist. Da quando Maduro è al potere, il Pil del suo Paese è crollato del 60% e l’inflazione interna è al record mondiale: 1,7milioni%. Per intenderci: chi un anno fa aveva 1,7milioni di bolivar di risparmi depositati in banca oggi non ha più nulla! Esplicitando meglio il tutto (così la tragedia del cambio è molto più chiara): chi un anno fa possedeva risparmi in banca per acquistare un controvalore di 30.000$, ora riesce a mala pena con quella stessa cifra a scambiarli con mezzo dollaro! Poiché dove s’installano dittature becere e folli i cittadini, finché possibile, votano con i piedi chiedendo rifugio all’estero, su 32milioni di venezuelani ne sono espatriati ben tremilioni nel corso di questi ultimi anni, finiti a bussare alle porte degli Stati confinanti, del Messico e degli Usa. Si capisce, quindi, come almeno l’80% dei suoi compatrioti intenda sbarazzarsi al più presto del “Querido” Presidente. Se il Che fosse ancora tra di noi lo avrebbe sicuramente preso a calci nel fondoschiena. Per dire: Europa e America sono inondati da fiumi di droga instradati dai narcotrafficanti che operano a partire dal Venezuela.

Malgrado le notevoli riserve naturali venezuelane di gas e petrolio, la compagnia petrolifera di stato Pdvsa(alla cui gestione si sono alternati vari generali tra i 2.000 nominati da Maduro) è sull’orlo del fallimento: alla fine degli anni ‘90 il Paese produceva 3,5milioni di barili di petrolio al giorno mentre oggi riesce a metterne a fatica 1,1ml sul mercato. Pertanto, al prezzo corrente del greggio le entrate valutarie venezuelane non dovrebbero superare i 20mld/$ nell’anno corrente, di cui almeno il 45% sarà assorbito dal ripianamento dei debiti contratti da Caracas con Russia e Cina, mentre tutto il resto sarà devoluto all’import di beni di prima necessità. Alle varie clientele andranno appena 250ml/$ che potrebbero non essere sufficienti a puntellare il consenso al regime. L’America ha congelato 7mld/$ al Pdvsa, proprietario negli Usa di tre raffinerie, circostanza quest’ultima che ridurrà di almeno 11mld/$ le esportazioni di Caracas assottigliando così notevolmente le riserve di valuta del regime di Maduro. Pdvsa potrebbe tentare di collocare sui mercati asiatici la sua produzione ma, in questo caso, dovrebbe sobbarcarsi gli ultracosti del trasporto. Altrettanto problematico sarà per l’ente petrolifero aggirare l’embargo americano nei suoi confronti della vendita dei diluenti, senza i quali il suo petrolio troppo denso non può scorrere attraverso le condutture delle pipeline.

Per di più, il debito pubblico venezuelano è in stato di virtuale default. La popolazione è malnutrita e scarseggiano farmaci salvavita come gli antibiotici, mentre gli ospedali sono divenuti ad alto rischio per i ricoverati a causa delle frequenti interruzioni di energia elettrica e della carenza di attrezzature. Maduro, invece di accettare l’offerta internazionale di aiuti umanitari, l’ha bollata come una cospirazione internazionale per l’embargo alle importazioni cui è stato (giustamente, dico io!) sottoposto. Tipo: non sono io responsabile delle cose che non funzionano, bensì gli altri che mi impediscono di farlo. Come sempre, regimi in grande difficoltà interna, sia di destra sia di sinistra, invocano il nemico “esterno” anziché fare una sana autocritica sulle proprie responsabilità. A dire il vero, il colpo di stato Maduro se l’è fatto da solo quando ha truccato con i brogli la sua recente rielezione! Nel suo mandato precedente, da buon dittatore vetero-staliniano si era prodigato per censurare media e stampa di opposizione, modificando per di più in modo arbitrario e proditorio la Costituzione venezuelana, in modo da poter nominare suoi fedelissimi nella Commissione elettorale e alla Corte Suprema.

Con i nuovi poteri che si è auto-attribuito, Maduro è riuscito a neutralizzare le decisioni del Parlamento a lui sfavorevoli dando l’opportunità al giovane Presidente dell’Assemblea, Guaidò, di “chiamare banco” appellandosi a quell’articolo della Costituzione che ne prevede il subentro ad interim in caso di impedimento del Presidente della Repubblica. E a un Maduro che ha truccato le carte per la sua rielezione è oggettivamente impedito di governare per mancata legittimazione popolare! Ma se Guaidò avesse successo farebbe bene a tenere conto della lezione impartita all’Occidente dalle primavere arabe: quando un leader a furor di popolo costringe alla fuga o alla resa un dittatore, deve poi essere in grado di implementare in tempi rapidi il cambiamento per non perdere il consenso. Quindi, nel Venezuela post-Maduro bisogna provvedere con immediatezza a soddisfare i bisogni di base della popolazione, facendo arrivare a sufficienza viveri nei supermercati e assicurando a tutti la copertura sanitaria. Economicamente, la cosa più importante è mettere fine all’attuale iperinflazione favorendo l’afflusso dei capitali esteri e ottenendo prestiti adeguati dal Fondo Monetario Internazionale. Occorre recedere dalle politiche dei prezzi calmierati che producono solo mercato nero e favoriscono il contrabbando, mettendo a punto le giuste politiche di welfare per i più bisognosi.

Gli Stati Uniti hanno colto immediatamente l’occasione di mettere fine al regime di Maduro, sostenendo apertamente Guaidò sia attraverso l’apertura di un conto di pagamento sull’estero a suo favore, in cui riversare in valuta quanto dovuto per il pagamento delle forniture petrolifere venezuelane, sia imponendo ulteriori dazi sulle importazioni di petrolio dal Venezuela e sulle esportazioni statunitensi verso quel Paese di additivi chimici per produrre benzina dal greggio. Il congelamento da parte dell’America del pagamento delle forniture di petrolio venezuelano renderà problematico per Caracas, a causa della scarsità di valuta, sia il pagamento degli stipendi ai militari, sia l’importazione di beni alimentari di prima necessità. Il rischio però è che Maduro si giochi il tutto per tutto reprimendo con la violenza(anche attraverso la mobilitazione di squadre della morte formate da delinquenti comuni) le manifestazioni di protesta contro il suo regime. Ovviamente, da un lato le sanzioni sono destinate a peggiorare le condizioni di vita già drammatiche della popolazione venezuelana, mentre dall’altro offrono a Mosca un pretesto formidabile per denunciare il neo-imperialismo americano nei confronti dell’America Latina, mettendo sullo stesso piano l’interesse russo per l’Ucraina e quello statunitense per il Venezuela.

Quindi, Trump (ma Obama avrebbe fatto lo stesso!) punta a fare pressione sull’esercito perché abbandoni Maduro al suo destino, attendendo nel frattempo che l’amnistia votata dal Parlamento convinca militari e civili oggi vicini al Presidente ad abbandonarlo, impegnandosi così a ristabilire l’ordine democratico. Qualora il regime cadesse, tra i rimedi fondamentali da mettere in atto fin dal primo momento vi è la riorganizzazione del settore estrattivo da affidare a manager onesti e competenti, al fine di attirare capitali esteri di investimento, nonché la ristrutturazione concordata del debito estero contratto soprattutto con Russia e Cina da ripagare in natura con forniture di petrolio e gas. Infine, Guaidò deve convocare libere elezioni sotto il controllo internazionale. Il Venezuela può farcela: è ricco di materie prime e di terre fertili; ha una popolazione colta sia in all’interno del Paese, sia in quella della diaspora. Se il tentativo di Guaidò di convocare nuove elezioni dovesse fallire, un simile epilogo, oltre a rappresentare un duro colpo per l’America, lascerebbe mano libera a Maduro per rafforzare il suo regime reprimendo ulteriormente ogni forma di opposizione interna.

In questo caso, altri milioni di venezuelani si aggiungerebbero a quelli che hanno già lasciato il Paese. Dal punto di vista della repressione interna, Maduro si avvale per il controllo della sicurezza interna di un notevole numero di infiltrati(enchufados) reclutati tra i delinquenti comuni. Quando monta la protesta popolare, il regime scatena il suo braccio secolare dei colectivos: squadre di picchiatori che indossano vestiti civili e intervengono con violenza per intimidire e disperdere le manifestazioni popolari. Arrivano in coppia sulle motociclette con il volto coperto da un fazzoletto, armati di mazze, pistole e giubbetti antiproiettile e agiscono in pieno giorno senza che gli agenti in divisa presenti intervengano per fermarli. Spesso a raddoppiare la loro azione si affianca anche una forza di élite della polizia specializzata nell’arresto dei manifestanti. Inoltre, l’attuale Presidente ha nominato migliaia di nuovi generali o equivalenti e il suo esercito controlla decine di compagnie nazionali che operano nel settore dell’industria, nella lavorazione della gomma, nelle assicurazioni e nei media. E sono proprio i colletti bianchi militari ad avvantaggiarsi del cambio artificiale bolivar-dollaro per poi rivendere la valuta americana alle imprese venezuelane in grande difficoltà per l’approvvigionamento di materie prime.

Inoltre, la Guardia Nazionale protegge e si arricchisce con il contrabbando di petrolio, armi, derrate alimentari, oro e diamanti. Quindi, è evidente che tutti costoro perderebbero i loro privilegi in caso di dimissioni di Maduro. Anche se è vero che un maggiore dell’esercito guadagna oggi l’equivalente di appena 15$ al mese, che equivale a una spesa alimentare di soli due giorni per quattro persone! La crescente protesta nei ranghi delle forze di sicurezza è attentamente monitorata da altri apparati di controllo fedelissimi di Maduro che vengono stipendiati con voucher petroliferi: il loro compito è di intercettare conversazioni sospette di militari e poliziotti(ovvero, di tutti coloro che possiedono armi legalmente) e di occuparsi della sicurezza personale del Presidente, il quale ogni mattina fa il punto della situazione con due ufficiali cubani responsabili dell’intelligence. Grazie a loro, il regime ha neutralizzato vari tentativi di golpe. Almeno cento alti ufficiali sono stati arrestati e imprigionati, di cui buona parte aveva servito sotto il regime di Chavez o aveva svolto funzioni di ministro con Maduro. Gli avvicendamenti  frequenti sono all’ordine del giorno nel comando dei reparti militari al fine di evitare contratti più stretti tra comandanti e soldati.

Le misure restrittive prese dai Paesi esteri nei confronti dello scambio intercommerciale con il Venezuela rischiano di far crollare il suo Pil del 26% nel 2019, totalizzando così, come già citato, una sconfortante perdita complessiva del 60% del Pil da quando Maduro è stato eletto per la prima volta. La speranza di Guaidò e dell’opposizione è che il regime crolli primi che il Paese sia ridotto alla fame e si spera in un intervento dei militari per evitare una simile catastrofe umanitaria. Al fine di favorire in tutti i modi l’esautorazione di Maduro, il Parlamento venezuelano ha votato una legge di amnistia per tutti coloro che decidano di collaborare a “edificare la democrazia”, mentre i leader dell’opposizione hanno offerto al dittatore un esilio dorato a Cuba. Finora, il Presidente non si è lasciato convincere e ha tentato in tutti i modi di rafforzare i suoi legami con Russia e Cina che hanno giganteschi interessi in Venezuela: Pechino è il più grande creditore, avendo fatto negli ultimi 20anni prestiti al regime per 60mld/$. Idem Mosca, che vanta prestiti per 17mld/$ per il finanziamento di progetti per lo sfruttamento petrolifero e l’acquisto di armamenti. Improbabile nell’immediato futuro che la Cina garantisca altri prestiti a Caracas, mentre Putin potrebbe volere sostenere ancora Maduro per un confronto indiretto con l’America. Indiscrezioni recenti fanno trapelare che Mosca avrebbe distaccato 400 contractor privati per la protezione personale di Maduro, mettendolo al riparo da probabili colpi di Stato.

Anche se si dà per scontato che Putin non si spingerebbe mai oltre fino a impegnare truppe russe o bruciare proprie riserve di valuta per sostenere il regime venezuelano. Putin, comunque vadano le cose, appare essere il sicuro vincitore della partita, sia che il Venezuela piombi nel disordine e nella violenza dimostrando così che fuori dalla politica si corrono rischi inaccettabili di involuzione delle situazioni di crisi, sia qualora l’America decida di intervenire militarmente per mettere fine al regime di Maduro, cosa che agli occhi di Mosca sancirebbe definitivamente la divisione del mondo per sfere di influenza. Senza il sostegno finanziario di Cina e Russia, però, Maduro sarebbe costretto a razionare le derrate alimentari, alimentando così il malessere dei suoi interessati sostenitori e clientes a causa della mancanza di valuta per finanziare l’importazione di beni dall’estero.