Biden l’Ecumenista Consociativismo… all’italiana

Biden l’Ecumenista Consociativismo… all’italiana

di Maurizio Guaitoli

Il Pendolo d’America ha scelto Joe Biden.

E lo ha fatto con uno scostamento minimo dalla sua posizione di equilibrio. Ma, il 3 Novembre, Il Popolo ha parlato, come è giusto che sia. Quindi: Amen. Di tizzoni accesi, per Donald Trump, ne resteranno sempre più scarsi per ravvivare le sue speranze di rielezione che, inesorabilmente, avranno termine il 14 dicembre, quando si riunirà il Collegio elettorale. Ma non sarà così, anzi all’opposto, per quanto riguarda la sua legacy(eredità) destinata a nutrire anche per il futuro lo spirito di quei 71milioni di cittadini americani che hanno votato l’incumbent(Presidente uscente). Di lui, del suo carisma fin troppo guascone, restano da capire molte cose.

Prima fra tutte: come farà il Capo dell’Opposizione? Per tweet fulminanti, dell’uno-contro-tutti, o coltiverà una sua squadra ben vista dal Partito Repubblicano, i cui punti di forza non potranno che essere individuati all’interno del suo clan familiare, con particolare riferimento alla figlia Ivanka e al genero Jared Kushner, che si è già dimostrato un grande facitore e tessitore di sottili trame fiduciarie nelle complesse e bizantine relazioni internazionali con le petromonarchie del Golfo? Nel 2024, ad esempio, Ivanka sarà pronta a sfidare Kamala Harris, qualora l’America fosse a sua volta pronta ad avere un Presidente donna, dopo averlo accettato oggi nella figura della vice di Joe Biden?

E lì nemmeno ci sarebbe bisogno, nel caso di Ivanka, di un… ticket, dato che Jared Kushner sarebbe già titolato a svolgere un ruolo istituzionale di primo piano come… First Gentleman!

Ma nemmeno i democratici stanno tanto bene a casa propria. La tempesta Trump li ha riuniti sotto lo stesso tetto per ripararsi dal diluvio populista e costruire con pazienza la loro Arca di Noè, fatta di schede elettorali inviate via posta. Ma il Biden oggi vittorioso dovrà misurarsi con un Bernie Sanders in vena di rivendicazioni, e con movimenti come Black Lives Matter e Lgbt che mandano al Congresso propri rappresentanti, inoculando nel sistema germi di pura sovversione e di scontro frontale con quegli altri di QAnon. Se questi ultimi predicano la rivolta contro il complotto massonico della pedofilia mondiale, i primi d’altro canto lottano per il de-founding(togliere i finanziamenti) alle polizie locali. Nel prossimo futuro la legislazione democrat dovrà fronteggiare vere e proprie spinte da socialismo reale, con ampie fasce della sua rappresentanza che torneranno a chiedere sia una riforma incisiva dell’assistenza sanitaria di base, per l’estensione erga omnes dell’Obamacare e del welfare relativo; sia un drastico contenimento degli animal spirits liberisti della globalizzazione incontrollata. Lo scontato ricorso a politiche green più incisive, oltre al ripristino degli Accordi di Parigi, metterà in seria discussione l’estrazione di shale oil dagli scisti bituminosi e porterà alla chiusura delle miniere di carbone esistenti. Tutte iniziative, queste ultime, destinate ad avere un forte impatto sugli assetti occupazionali e sul Pil statunitensi.

Nel 2020, sono tornati nella casa elettorale democrat, dopo averla abbandonata nel 2016 per quella repubblicana, molti consensi di blu collars(metalmeccanici) degli Stati della Rust Belt, che fa riferimento a una sorta di costellazione di siti industriali arrugginiti(rust, per l’appunto), in rovina e abbandono, a causa della globalizzazione e della delocalizzazione delle relative produzioni in Asia e in Cina, in particolare. Qui, Biden dovrà dimostrare di saper fare molto meglio del suo predecessore, tenendo in piedi buona parte dei dazi e degli incentivi per la reindustrializzazione di quelle aree disastrate. Per farlo, sarà obbligato a cercare l’alleanza con l’Europa per individuare un fronte comune contro lo strapotere commerciale della Cina e obbligarla così a competere a condizioni eque, e su una base di reciprocità, sui mercati internazionali. Altro enorme problema sarà cercare di porre un freno al nazionalcomunismo cinese, venendo a capo delle questioni di Taiwan e di Hong Kong con un compromesso onorevole. Gli Usa di Biden dovranno, per di più, riportare la Russia dalla parte dell’Occidente, evitando una sua deriva politico-militare verso la Cina: anche in questo caso andranno individuate soluzioni di compromesso, come un allentamento delle sanzioni verso Mosca. Ma non è chiaro come la futura Amministrazione americana si atteggerà nei confronti dell’Iran e del ripristino di un qualche accordo sul nucleare. Sarà inevitabile, anche in questo caso, ricercare una posizione comune con l’Europa che tenga conto, tuttavia, delle priorità Usa di mantenere una stretta alleanza con Israele e con le petrolmonarchie del Golfo, che vedono in Teheran un nemico mortale e irriducibile. Biden dovrà, per di più, riuscire alla Trump nel difficile compito di tenere fuori l’America dalle polveriere mediorientali di Libia, Siria e Libano evitando un duro confronto con Mosca e Ankara.

Se la rottura del multilateralismo è stata la cifra più rilevante della gestione Trump, il suo capovolgimento a breve termine non è né fattibile, né di stretto interesse della Casa Bianca, se non per quanto riguarda certi aspetti di facciata, come il ripristino della collaborazione con l’Oms(particolarmente preziosa nella nuova strategia di contenimento del Coronavirus!) e il rifinanziamento parziale di alcune delle principali istituzioni onusiane. Né, d’altra parte, Biden potrà invertire a breve la politica del muro trumpiano per arginare l’immigrazione clandestina dal Sud America e dal Messico in particolare, visto il voto massivo che le comunità latinoamericane hanno attribuito a Trump, in base alla filosofia di chi si è già integrato nella comunità Usa e non gradisce vedere messi a rischio i propri, spesso minimali, redditi da lavoro dalla sfida al ribasso salariale da parte dei nuovi venuti, anche se connazionali. Infine, tutte le battaglie future sui nuovi diritti(gay, utero in affitto, protezione rafforzata delle minoranze, etc.) che certamente verranno portate avanti al Congresso dalle rappresentanze progressiste e rigorosamente politically correct, troveranno un argine insuperabile in sede di ricorso alla Corte Suprema Usa, la cui maggioranza è chiaramente ultra-conservatrice. L’unico vero vantaggio di Biden, quindi, sarà la sua innata tendenza all’ecumenismo che, con ogni probabilità, tornerà molto utile nello stemperare tensioni e divisioni che il recente voto delle presidenziali ha reso particolarmente drammatiche e dirompenti.

E, quindi, nello specifico: come sono messi i Democrat d’America?

Disuniti, esattamente come qui da noi.

Ricordate i fratelli-coltelli ulivisti del Pds?

Trascorsi appena pochi anni, si sono scissi come un atomo di idrogeno in una reazione nucleare. Questi conglomerati politici eterogenei (e, di fatto, incompatibili) “anti” qualcosa, stanno assieme finché esiste tra di loro una forza intensa di legame, tipo l’anti-trumpismo in Usa e l’anti-berlusconismo in Italia. Solo che nel primo caso saranno sufficienti appena quattro anni per vedere la scomposizione della litigiosa galassia politically correct della sinistra americana, con Bernie Sanders e Alexandria OcasioCortez esponenti di punta dell’ala più radicale, destinata a dare parecchio filo da torcere a Biden, con le sue richieste assillanti di smantellare in toto e rapidamente l’eredità trumpiana. Nel secondo, invece, per quanto riguarda l’anti berlusconismo viscerale e di maniera, i suoi oppositori hanno vissuto molto più a lungo di rendita, utilizzando il leader di Fi come paravento ideologico per nascondere il nulla della proposta e dell’attuale offerta politica della sinistra italiana. Ci sarà da divertirsi (per modo di dire) osservando come quest’anima radicale dei democrat si rapporterà in politica estera con i… compagni del Venezuela e, soprattutto, con il regime integralista dei mullah iraniani.

Domanda: le truppe americane che stanno per essere ritirate su ordine di Trump dagli scenari mediorientale e afghano, con Biden saranno di nuovo rimandate da dove sono venute?

The Donald non ha mai dichiarato guerra a nessuno (trovandosi a gestire eredità di altri), ben al contrario di quanto avvenne con la gestione Obama.

Biden, come affronterà i democrat pacifisti, se si dovesse tornare a sparare per difendere il mondo libero dagli assalti delle milizie fondamentaliste?

Il seguente elenco rapido delle sfide che attendono il neo Presidente può essere utile per capire come cambierà il mondo.

Dovrà essere, in primis, ricostruito il Dipartimento di Stato che Trump ha volutamente depotenziato, lasciando vacanti per tutto il suo mandato presidenziale importanti posti-chiave nell’amministrazione degli esteri. L’Europa, però, non deve farsi eccessive illusioni: anche Biden insisterà con i nostri Governi per l’aumento degli stanziamenti a favore della Nato, mentre sul clima potrebbe al contrario assecondare le Cancellerie europee, ripristinando gli Accordi di Parigi e dando così soddisfazione all’ala sinistra di B. Sander ed Elisabeth Warren. Con ogni probabilità, l’America non invertirà la tendenza al ripiegamento su se stessa perché, come diceva Obama, il Nation-building occorre farlo innanzitutto a casa propria, nel senso che la costruzione della Nazione inizia sul suolo americano! Gli Usa accentueranno il disimpegno dalle aree di crisi(Medio Oriente e Afghanistan) perché, come sostiene Biden, bisogna smetterla con le guerre che non finiscono mai!”, dando assoluta priorità alla soluzione delle questioni interne. Di sicuro, invece, ci sarà un riavvicinamento alla Germania della Cancelliera Angela Merkel, con la probabile rimozione dei dazi sull’importazione di auto tedesche.

Sul fronte del decoupling Usa-Cina, Biden chiederà all’Europa una rinnovata cooperazione e un fronte comune per contenere Pechino, sia dal punto di vista degli accordi sulle infrastrutture strategiche delle Vie della Seta e del 5G, sia sulla fornitura dei semiconduttori europei alla Cina. Da questo punto di vista, l’Amministrazione Biden è destinata a focalizzarsi molto più sull’Asia e sul Pacifico che sull’Europa, potenziando la sua flotta nel Mar di Cina al fine di arginare le mire annessionistiche di Pechino e di rassicurare Giappone, Taiwan e Singapore sul contenzioso per le isole dell’arcipelago e sul controllo delle acque territoriali. Tokyo e Seul, in particolare, si aspettano un’America più conciliante per quanto riguarda sia il rispetto degli accordi militari sottoscritti, sia l’esigenza delle tigri asiatiche di mantenere buoni rapporti politico-economici nei confronti della Cina(vero motore di sviluppo per la futura ripresa economica dell’area), verso la quale i due Paesi intendono evitare una contrapposizione frontale. Posizione condivisa dall’Indonesia che, di recente, ha rifiutato il sorvolo aereo agli arei-spia americani. Più in generale, sarà arduo ripristinare il capitale morale che l’America aveva conquistato dopo il 1991, in un mondo in cui aumenta la contestazione verso il suo modello di sviluppo. Da parte sua, tuttavia, l’Europa si aspetta un netto cambio di direzione, per quanto riguarda il contenimento della politica espansionista della Turchia e un maggiore impegno militare Usa in Libia e Libano.

Sebbene la maggior parte degli americani ritenga che la questione climatica debba occupare un posto di primo piano nell’agenda politica della nuova Amministrazione, al momento dei sacrifici tuttavia gli stessi cittadini potrebbero non accettare l’onere di sobbarcarsi costi aggiuntivi per i consumi energetici. Di sicuro, uno dei primi atti della Presidenza Biden sarà cancellare con un ordine esecutivo la decisione di Trump sull’abbandono americano dell’Oms, che si sarebbe dovuta perfezionare entro il 2021, e di riaffermare l’impegno del suo Paese nella cooperazione internazionale per lo sviluppo e la distribuzione dei vaccini anti-Covid alle popolazioni meno abbienti. Altro argomento strategico: il rilancio del Wto con il pieno ripristino dei poteri di controllo dell’Organizzazione mondiale sul commercio. Con Biden, anche lo storico gemellaggio con l’Inghilterra è a rischio: il futuro Presidente, di origini irlandesi, ha fatto capire che non ci sarà alcun accordo commerciale tra Londra e Washington qualora a causa della Brexit si separino fisicamente di nuovo le due Irlande. Anche il ritorno ai negoziati sull’Iran non è una mossa scontata, perché un conto è alleggerire le sanzioni, un altro è il ritorno al Trattato del 2015, ritenuto del tutto insufficiente dagli alleati Usa nel Golfo Persico, che spingono per un deciso disgelo nei confronti di Israele, in perfetta continuità con la politica mediorientale di Trump. In tal senso, con ogni probabilità, Biden manterrà l’ambasciata Usa a Gerusalemme, senza riportarla a Tel Aviv, come richiesto dai palestinesi.

Gli ultimi due punti che vale la pena citare sono l’immigrazione, da un lato, che costituirà molto probabilmente un punto di forte di rottura con l’Amministrazione uscente e dovrà essere corredata da una sanatoria per immigrati irregolari che vivono e sono nati in America. Dall’altro, l’atteggiamento verso la Russia, dove non si registrerà uno scostamento sostanziale dalla precedente politica estera Usa, ma semmai un serio tentativo di rinnovo di quel che resta degli accordi per la limitazione degli armamenti nucleari(New Start).

Sleepy Joe potrebbe rivelarsi, pertanto, ben più sveglio di quanto la battuta di Trump lasciasse immaginare.