Le prefetture ai tempi del coronavirus “Ragazzi, prego, in carrozza: (forse) si parte!”

Le prefetture ai tempi del coronavirus “Ragazzi, prego, in carrozza: (forse) si parte!”

di Antonio Corona*

I know my chickens!

Meglio e più dell’attuale inquilino del Viminale, chi mai potrebbe altrettanto convintamente proferire?

A motivo dei diversificati e prestigiosi incarichi ivi assolti durante la pregressa vita professionale, il Ministro ben conosce, infatti, il Dicastero che fu di Marco Minghetti, compresi, uno per uno, i suoi ex-colleghi.

Soprattutto, sa che la complessa macchina affidatale risponde comunque sempre alle chiamate e, con i debiti scongiuri, un risultato a casa lo porta.

Viene perciò da immaginare che siffatte certezze l’abbiano confortata pure all’atto, si ignora a iniziativa di chi, del conferimento alle prefetture dell’ennesima mission impossible, con i suoi tanti Tom Cruise(“magara, penserà in particolare qualcuna), disseminati per lo Stivale e relative pertinenze, pronti alla bisogna.

Il mandato, stavolta, coordinare un tavolo con tutti i soggetti interessati per riuscire a riportare in classe, dal prossimo 7 gennaio, il 75% degli studenti delle scuole secondarie superiori, con mezzi del trasporto pubblico locale la cui capacità è stata limitata al 50% di quella “da libretto”.

“Semplice”, no?

Come accennato, vi è da scommettere che, nonostante rigidità riscontrate in taluno degli attori coinvolti in loco, in un modo o nell’altro, e dita incrociate, le prefetture riusciranno nell’impresa.

Non è tuttavia questo il punto.

Può intanto venire legittimamente da chiedersi perché, data la suddetta capacità del t.p.l., l’asticella della didattica in presenza non sia stata parimenti posta al 50%.

Per carità – se si vuole, anche solamente per mero atto di fede – non è che si dubiti, in proposito, della sussistenza di una qualche causa ineccepibile quanto ineludibile.

Piuttosto.

Strategie del Governo di contrasto della pandemia in corso, sin dalle prime battute.

Balzano all’occhio alcune differenze sostanziali tra i provvedimenti adottati nella scorsa primavera e nel corrente autunno.

Tra le principali, le modalità di lock down pressoché totale nella prima metà dell’anno.

Si rammenterà che, in occasione della precedente mission impossible, venne tra l’altro richiesta, alle prefetture, la verifica dei requisiti di gran parte delle attività produttive a fini della loro non sospensione temporanea.

Risolto quello delle misure di prevenzione nei luoghi di lavoro con appositi protocolli, il problema fondamentale permaneva nelle criticità evidenziatesi nel settore dei trasporti pubblici, con milioni di persone ad accalcarsi e ad alitarsi reciprocamente in faccia in bus e metropolitane stracolmi, masse indistinte di individui a tramutarsi d’incanto da potenziali contagiati in untori, neanche si aggirassero su… Netflix.

Per affievolire la pressione, ci si decise per didattica a distanza(d.a.d.) e, ove praticabile, smart working a go-go.

Nondimeno, si sarà pensato, il prezzo patito allora dal sistema economico si deve essere però in ogni caso rivelato troppo salato.

Non ultimo, con ospedali in overbooking, operatori sanitari allo stremo, ricoveri e terapie intensive al collasso.

Sulla scorta di quella drammatica esperienza, si ipotizza ancora, la seconda ondata è stata affrontata con piglio diverso.

Ovvero, quante più attività produttive aperte.

Senza indugio, tutti a casa quelli che da lì potevano operare o, abortito un timido tentativo di ripresa della didattica in presenza a pieno regime, studiare.

Questo, per grandi linee, lo schema di massima.

Schema, si congettura, con il quale si è probabilmente ritenuto di avere raggiunto un accettabile compromesso tra esigenze di tutela della salute e di salvaguardia dell’apparato produttivo.

Il tutto, corredato di misure di sostegno.

Dal procrastinato blocco dei licenziamenti, alla cassa integrazione guadagni a bordoni della borsa ampiamente laschi, al rifinanziamento del reddito di cittadinanza, ristori vari e così via.

I conti, tuttavia, non sembrano esattamente tornati nemmeno questa volta.

Le notizie in arrivo dalle strutture sanitarie non inducono inoltre a caroselli entusiastici per le strade.

Come se ciò già non bastasse, da dietro l’angolo incombe, minacciosa, la paventatissima “terza ondata”, attesa per l’inizio dell’ormai imminente 2021.

Da Londra, intanto, cominciano a pervenire allarmatissimi report riguardo una mutazione in corso del virus.

Il Governo ha varato ulteriori provvedimenti, diretti – se non a migliorarla, se possibile – a scongiurare un aggravamento della situazione, a iniziare dal periodo natalizio.

Da cui.

Se, e si ripete se, la ricostruzione sinteticamente tratteggiata risulti condivisibile, inevitabile, ancor più per le perplessità avanzate al riguardo da autorevolissimi esponenti della comunità scientifica, scaturisce imperiosa la domanda: perché riaprire proprio tra appena qualche giorno tutte le scuole, per di più con una percentuale di didattica in presenza eccedente quella, limitata al 50%, della capacità di carico dei mezzi del t.p.l.?

Non sarebbe stato preferibile attendere un paio di mesi per monitorare l’evoluzione del quadro generale, i primi effetti dell’avvio della annunciata vaccinazione?

Si apprende in queste ore da Parigi che lo stesso Presidente Macron sia risultato positivo.

Ora, se persino lui, al quale con l’occasione si formulano i migliori auguri di pronta guarigione, e prima ancora di lui The Donald e tanti altri, che di certo non usano i mezzi pubblici, sono stati contagiati, è ipotizzabile, almeno in via teorica, che ciò divenga assai più probabile per dei ragazzi che quei mezzi sono invece costretti a utilizzarli tutti i sacrosanti giorni?

È stato affermato che le scuole siano considerati i posti più sicuri.

Sarà sicuramente così, benché il superlativo relativo dovrebbe indurre a un supplemento di riflessione: più sicuri, d’accordo, ma rispetto a…?

Tra l’altro, non sono nemmeno tanto gli istituti scolastici a essere in discussione.

Bensì, come arrivarci.

Non si vorrebbe proprio che il prossimo gennaio si caratterizzasse per una ripresa dei contagi.

In particolare, Dio non voglia!, tra gli studenti, innanzitutto per la loro salute, quei medesimi che Macron e Trump non sono e che, a scuola, sono costretti ad andare in pullman, autobus, metropolitana.

Sotto il coordinamento dei tavoli costituiti per l’occasione nelle prefetture.

Con la semplicità, l’ingenuità dell’uomo della strada, e con tutti i limiti connaturati a siffatta condizione; ferma rimanendo l’importanza strategica della scuola per la maturazione, la crescita, il futuro delle nuove generazioni: che differenza farebbero in concreto un paio di mesi in più di d.a.d.? Il gioco, vale la candela?

L’auspicio, forte e appassionato, è che tali preoccupazioni non trovino assolutamente riscontro nella realtà, che non si sia fatto il passo più lungo della gamba, che siano stati previamente e adeguatamente soppesati tutti i pro e i contro.

Anche perché, diversamente, si permetta, in un Paese che ci mette un attimo a cambiare idea(chiedere a medici e infermieri, fino a qualche mese fa idolatrati dalla opinione pubblica e ora…) e che non di rado si dimostra assetato di… giustizia, non si indugerebbe un attimo a scaricare la croce addosso ai malcapitati di circostanza.

E, in tutta sincerità, si comincia a essere stanchi di colleghi, e non solo, alla gogna per manchevolezze, peraltro tutte da dimostrare, che sarebbero emerse da comportamenti assunti nell’esercizio delle funzioni istituzionali, mentre si prodigavano con tutte le energie e le risorse disponibili a risolvere situazioni di estreme complessità e difficoltà.

Con tutto il rispetto per le vittime e per il dolore dei loro cari, il “dopo-tragedia” di Rigopiano è impietosamente davanti agli occhi a rammentarlo.

Beninteso.

Quella prefettizia è una categoria di professionisti, avvezzi alle decisioni e ai rischi correlati, sebbene, per la sovente previa non configurabilità delle situazioni da affrontare, senza copertura alcuna assicurata dalla osservanza di appositi protocolli, come viceversa avviene invece per altre figure professionali.

Tutto bene, dunque.

Le prefetture stanno facendo e faranno come al solito, fino in fondo, quanto loro richiesto.

Punto e a capo.

In termini generali?

Preferibilmente, quando ne valga almeno la pena.

A proposito di auspici.

Auguri vivissimi di un sereno Santo Natale e, se non proprio felice, di un 2021 almeno… migliore di quello che sta per concludersi.

*Presidente di AP-Associazione Prefettizi