Le prefetture (anche) ai tempi del coronavirus Emergenza (di nuovo?) migranti

Le prefetture (anche) ai tempi del coronavirus Emergenza (di nuovo?) migranti

di Antonio Corona*

Con l’incedere della primavera, ecco puntuali gli approdi di migranti alle coste nostrane, approdi peraltro mai del tutto interrottisi nemmeno durante la stagione invernale.

Problemi?

All’incirca, insoluti, gli stessi degli anni precedenti.

Testimonianza tangibile di una emergenza irrisolta, i CC.A.S.(Centri Accoglienza Straordinaria), sui quali continuano massimamente a gravare le attività di ospitalità.

“Para… cantando” il Mimmo nazionale: “il migrante, dove lo metto…”.

Si può trattare in termini emergenziali una situazione, quale che sia, che si protragga da anni?

Nella negativa, come sostenuto da non pochi, e un po’ come accadde fortuitamente per la… penicillina: risulterebbe dunque di per sé bastevole lasciare semplicemente che una emergenza sedimenti perché, in un modo o nell’altro, si componga?

Per quanto sorprendente, v’è chi ne sia sinceramente convinto.

Che non abbia taluna ragione quel collega che, alle contestazioni di scarso rendimento, con i fascicoli che strabordavano dalla scrivania, replicò serafico: “Le pratiche non sono lepri: non scappano!”

Qual è l’obiettivo, oggi, di una politica migratoria?

Salvare i poveretti, alla deriva su improbabili natanti, in attesa che qualcuno li recuperi prima del sicuro naufragio?

Garantire il (solo) diritto all’asilo?

Contribuire, a prescindere dal riconoscimento di tale diritto, alla gestione di un fenomeno ritenuto epocale che coinvolge milioni di esseri umani, incrociando le aspettative di quanti migrino con le reali possibilità di una sostenibile, dignitosa accoglienza?

Oppure?…

Stando al ma-anchismo imperante, sia le une, sia le altre.

Sennonché, ciò che potrebbe andare bene per le prime, non altrettanto calzerebbe necessariamente alle seconde.

Esempio?

Nei giorni scorsi, un esponente politico di spicco di tempi andati è tornato a suggerire di “trasferire Lampedusa in Libia”.

Ovvero, si realizzi oltremare un campo appositamente attrezzato, magari sotto l’egida delle Nazioni Unite e presidiato dai Caschi Blu, ove fare confluire quanti intendano chiedere la protezione internazionale ed esaminare le afferenti istanze.

Accogliendo, poi, solamente coloro che ne abbiano diritto.

Bene.

Però…

Epperò, come la si metterebbe con il “fenomeno epocale”?

Che ne sarebbe di quanti si vedano respinta la domanda?

Se ne tornerebbero disciplinatamente nei rispettivi Paesi di origine?

O, piuttosto, rimarrebbero ad ammassarsi in prossimità o all’interno di quei medesimi campi, determinandone progressivamente la precarietà delle condizioni igieniche e di vita, nelle more di sfidare la sorte nel tentativo di attraversare a ogni costo il Canale di Sicilia?

Per quale motivo la Libia, o chi per essa, dovrebbe rendersi disponibile a ritrovarsi nel proprio territorio torme disordinate di questuanti senza speranza?

L’idea non trova d’altronde supporto in teoria nemmeno nel dato statistico.

La percentuale delle istanze di asilo accolte, infatti, imbarazza per l’esiguità.

Già si “vedono” i titoloni sui giornali.

“Emergenza umanitaria in Libia”, “Campi profughi al collasso”, “Presto! Fate presto, prima che sia troppo tardi”.

Per concludere.

“Non ci possiamo voltare dall’altra parte: andiamo a prenderli!”.

In tal guisa, “pancia” in testa, ripassando dalla linea di partenza.

Non sembra quindi quella la strada per le moltitudini di esseri umani in cerca semplicemente di un domani migliore, che nel mentre non finiscono di giungere.

Né, per altro verso, convince completamente l’ipotizzato (temporaneo?) ricollocamento nei diversi Paesi dell’Unione di quanti intanto arrivino.

Se, indubitabilmente, gioverebbe nell’immediato al decongestionamento dei centri di accoglienza onde scongiurarne il collasso, la redistribuzione – potendo altresì al contempo fungere da incentivo a ulteriori approdi di non aventi diritto – non potrebbe che limitarsi a differire il tema di una ospitalità, in ampissima misura, successivamente non regolarizzabile se non con funambolismi normativi.

Che non sia questo il motivo, vero, della indisponibilità alla proposta di alcune capitali del Vecchio Continente?

Una indisponibilità nella sostanza analoga a quella, almeno di una volta, posta a fondamento della ferma contrarietà dei “verdi” all’ampliamento delle strutture stradali: strade più ampie attraggono più traffico.

Mutatis mutandis: più accolti, più richiedenti.

Cosa comunque avrebbe, l’Italia, da mettere nel piatto di una trattativa a tali fini con l’“Europa delle decisioni alla unanimità”?

Sempre che la memoria non inganni, appena qualche anno fa, in cambio di una qualche benevolenza nella disamina dei conti nostrani, Roma offrì la propria autosufficienza riguardo la gestione dei flussi dei migranti dalla Libia e dintorni.

Ma oggi, con una “classica” inversione a 180° all’italiana, cosa prospettare per la messa invece in comune dei… medesimi(!) flussi?

Trattativa che difficilmente potrebbe tra l’altro rimanere non condizionata dalla destinazione all’Italia di ingenti risorse del recovery fund(fondo di recupero), risorse che l’Italia, circostanza che certo non ne consolida la posizione, non può assolutamente permettersi di vedere in alcuna misura evaporare.

Talché pare non esservi alcuna alternativa alla via della mera persuasione e dei buoni propositi.

Nondimeno, perché stavolta dovrebbe andare diversamente da un recente passato?

Su lodevole iniziativa italiana, nel 2019 –in epoca ante-pandemia e pre-recovery fund… – fu sancito a Malta un accordo di ricollocamento diretto tra Paesi che tuttavia non riuscì ad andare oltre il principio della “adesione volontaria” e che, persino con siffatta modalità, starebbe incontrando difficoltà di riesumazione.

Nel mentre, “Le barche umanitarie tornano in mare-‘Si potevano evitare duemila morti’”.

Nella intervista rilasciata il 14 maggio scorso a La Stampa(pag. 4), circa il prossimo arrivo nel Mediterraneo di una loro nuova grande nave umanitaria(la Geo Barents, settantasette metri, due ponti, uno per gli uomini, l’altro per donne e bambini), alla domanda “Perché una nuova nave, non potevate tornare su quelle delle altre OnG?”, Claudia Lodefani, Presidente MSF in Italia, ha risposto: “Per aumentare il numero di navi operative. Il bisogno c’è, la gente continua a morire. (…)”.

Come accennato sempre su queste colonne in precedente occasione, il problema cruciale, perlomeno allo stato, sembra non tanto la gestione degli arrivi, quanto piuttosto quella delle partenze, senza la quale gestione risultano altresì improbe qualificazione e quantificazione delle esigenze da soddisfare.

Si è costretti a procedere a pie’ di lista, con annessi e connessi.

Quale che sia la soluzione che si intenda privilegiare, il groppo pare risiedere essenzialmente lì.

Il resto ne conseguirà.

Una volta finalmente dipanato (o “tagliato”, come fu per quello di Gordio?) il nodo, e compatibilmente con possibilità e bisogni dei Paesi di accoglienza, potranno essere riaperte le frontiere ai tanti animati da buona volontà che, per i propri cari e per sé, desiderino una esistenza migliore rispetto a quella, non di rado mortificante, negli ambiti di origine.

Viceversa, nella eventualità di imponenti arrivi, verrà inevitabilmente da chiedersi come sia possibile ritrovarsi come quasi ormai dieci anni fa.

Vivido è il ricordo di una metà pomeriggio di quel “lontano” 2014, quando allo scrivente giunse una telefonata dal Ministero che gli annunciava l’arrivo in provincia, di lì a poche ore, dei “primi” quaranta migranti cui dovere provvedere completamente per sistemazione e assistenza…

Le partenze, la questione è lì.

I mezzi di informazione danno risalto ai contatti in itinere atti ad assicurare la collaborazione, in proposito, dei Paesi(Libia, Tunisia) rivieraschi interessati.

Non è peraltro una novità.

Quali ne saranno, ora, gli esiti in concreto?

Possibile “piano B” conseguente a risultati insoddisfacenti?

Quarant’anni fa, non ultimo con il varo di una legislazione assai coraggiosa, tuttora vigente, e non senza dolorosi contorsionismi, l’Italia, con successo, decise di sottrarsi al ricatto sotteso ai sequestri di persone.

Ricatto, oggi, praticato da trafficanti di esseri umani che, per i loro loschi guadagni, non esitano a mandare disinvoltamente allo sbaraglio in mare donne, uomini, bambini.

Se, e come sottrarvisi, non sta, non può stare per evidenti motivi all’autore di queste poche, scarne righe.

Ingeneroso peraltro che il peso di scelte così impegnative e potenzialmente devastanti ricada sulle sole spalle degli Esecutivi di turno, scelte tra l’altro destinate a potere mutare e a contraddirsi a ogni cambio di maggioranza.

Occorre, quale che sia, una Politica ponderata, non a colpi di slogan, coerente e quanto più condivisa, non finalizzata a soddisfare convenienze di parte.

Una Politica all’altezza del compito, consapevole che, in sede di interlocuzioni, non possa pretendersi, dagli altri, ciò che non si sia per primi in grado di sostenere e attuare.

Una Politica che, così calciando la palla in tribuna, eviti di aggrapparsi continuamente al “ce lo chiede l’Europa” o al “chiediamolo all’Europa”.

Una Politica, innanzitutto, che non si disinteressi delle criticità scaturenti da non scelte, da non decisioni, confidando sul fatto che tanto, “scendendo pe’ li rami”, qualcuno alla fine se ne occuperà.

O, alle brutte, che lo si renderà tenuto a farlo.

Disponga o meno di quanto occorra.

*Presidente di AP-Associazione Prefettizi