Dal particolare al generale e ritorno: i nostri ragazzi

Dal particolare al generale e ritorno: i nostri ragazzi

di Antonio Corona

Pavlov, Ivan Petrovič.

Fisiologo ed etologo russo, vissuto a cavallo dei secoli XIX e XX.

La sua notorietà è legata alle ricerche “(…) sulla fisiologia della digestione (che) lo portarono a definire una vera e propria scienza sul riflesso condizionato, detto anche condizionamento classico, o pavloviano. Il condizionamento classico si verifica quando uno stimolo neutro diventa un segnale per un evento che sta per verificarsi. Se viene a crearsi un’associazione tra i due eventi possiamo parlare di stimolo condizionato per il primo evento e stimolo incondizionato per il secondo. L’esperimento più significativo in questo senso è quello che è passato alla storia come ‘Il cane di Pavlov’. In questo esperimento Pavlov fa precedere all’azione di dare del cibo a un cane il suono di un campanello; nella prima fase dell’esperimento Pavlov fa suonare il campanello e non rileva nessuna secrezione salivare nel cane, in seguito gli fornisce la carne e lo stimolo viene attivato; nella fase successiva il campanello viene fatto suonare mentre al cane viene dato il cibo. Infine nella terza fase viene rilevato uno stimolo salivare già al solo suono del campanello: il cane associa al suono del campanello l’arrivo del cibo e ciò provoca in lui una secrezione salivare, l’acquolina in bocca, appunto. Il campanello diventa quindi lo stimolo condizionato. Dopo molti esperimenti sui processi digestivi, Pavlov intuì come alcuni stimoli che non sono direttamente collegati al cibo, possano generare secrezioni salivari note comunemente come ‘acquolina in bocca’; poté quindi dimostrare che il cervello controlla i comportamenti non solo sociali, ma anche fisiologici. (…)”(fonte, Wikipedia).

Scrutiamo (tanti, troppi de)i nostri ragazzi.

Perennemente assorbiti dagli smartphone, scollegati dal mondo circostante, sollecitati a reagire freneticamente on-line a stimoli camuffati da mostri immaginari da abbattere senza un attimo di respiro.

Scorti sempre più sciattamente seduti sul ciglio del marciapiede alla fermata dell’autobus, a offrire incoscientemente le proprie gambe, la propria stessa vita, alle ruote di quell’automobilista, anch’egli “assorbito”, anch’egli “scollegato”.

Quando non “fumato”, quando non “sballato”.

Osserviamo (tanti, comunque troppi de)i nostri ragazzi.

Alle prese, stavolta, con la “vita reale”.

Comportamenti sovente passivi, indolenti, privi, persino nelle faccende più banali, di quel minimo di organizzazione mentale e vision indispensabili all’agire.

“Per cortesia, portami quella borsa in cucina…”.

Qualche liturgico rimbrotto e, finalmente,… ecco la borsa.

Se non tra i piedi a farti inciampare, precariamente appesa alla prima sedia a portata di mano o, afflosciata sul tavolo, pazienza se accatastata su quello che capita.

Pensare, d’altra parte, costa fatica.

Non si sa quanto si trasmetta a questi giovani in termini di senso e importanza dell’impegno, del sacrificio, della applicazione, della tenacia.

Non si pretende una normalità da Federica Pellegrini, campionessa mondiale di nuoto per l’ennesima volta, a trentuno anni, oltre ogni ragionevole, umano limite imposto dall’inesorabile trascorrere del tempo.

Divina, sublime, forse irripetibile combinazione di talento infinito e feroce determinazione.

Ma un po’ di sana “fame” probabilmente non guasterebbe.

“Annibale, fatti dire, le chance di vittoria contro l’odiata Roma te le sei giocate a Capua, mica a Zama!”.

I nostri ragazzi sanno d’altronde poco o niente di storia.

Lo scrivente ha avuto personalmente modo di assistere a intere sessioni universitarie di esami di storia contemporanea.

Talmente sconfortanti, da sconfinare paradossalmente nel comico, sorta di Zelig live.

Protagonisti loro, gli aspiranti dottori.

Risposte alla Giandomenico Fracchia, accenni di parole smozzicate e balbettate a spirare in gola, sguardi bovini sospesi tra smarrimento e implorazione di misericordia.

Tra le innumerevoli, degna di menzione la performance a suo modo strepitosa di una studentessa, che soltanto l’incedere dell’età potrà spazzare via dall’album dei ricordi.

Tema.

Il Presidente statunitense Woodrow Wilson stilò una lista di quattordici punti che avrebbero dovuto informare l’ordine mondiale seguente alla prima guerra mondiale.

Benché insistentemente e generosamente imbeccata dalla stessa docente esaminatrice, tutto ciò che la ragazza riuscì in qualche modo a impapocchiare, fu la “autodeterminazione dei… mari”.

Per incoraggiarla, le fu fatto notare che, se non altro, da lì in avanti avrebbe potuto soltanto migliorare…

Del mondo, i nostri ragazzi conoscono (forse) a malapena le località delle prossime vacanze.

A scuola ci vanno, schiene piegate sotto il peso di zaini straboccanti libri e quaderni, corollari di sterminati programmi scolastici che, sulla carta, neanche un… Antonino Zichichi.

Studiano, studiano?, i nostri ragazzi.

L’approfondimento è optional, privi peraltro come sono di un metodo di apprendimento che nessuno si è premurato di insegnare.

Tutto è finalizzato alla interrogazione, alla verifica del giorno dopo.

Sorprendentemente, non di rado, i voti riportati si rivelano quasi inversamente proporzionali agli esiti demoralizzanti delle prove Invalsi.

Mistero…

Proprio di recente, in ispecie in diverse regioni meridionali, è emerso che quote percentuali significative di studenti non dispongano nemmeno del minimo sindacale di conoscenza della lingua italiana, necessario alle più elementari e quotidiane attività.

Investimenti nella scuola?

Stando a molti che asseriscono di saperne, assolutamente inadeguati.

Una scuola tra l’altro chiamata a sopperire alla montante latitanza della famiglia.

Scuola e famiglia delle quali si continua disinvoltamente e impudentemente a fare scempio, minandone identità, ruolo, funzione.

Con la apertura pomeridiana di istituti declassati ad aree di parcheggio di ragazzi senza riferimenti di aggregazione sociale, una scuola deputata addirittura a sopperire alla desertificazione degli oratori.

Nei tempi andati, meglio o peggio?

Immancabili, ricorrenti, pure allora, i “non imparare a pappagallo, che poi non ti rimane niente!”

Oggi, tuttavia, questo restare impastoiati in schemi e logiche da studio di… poesie, assume a sintomo della difficoltà a congedarsi dall’infanzia, “era” finanche mitizzata, rassicurante porto d’approdo di ansie e incertezze di un naturale processo di crescita, per quanto fisiologicamente faticoso.

Per primi adulti, genitori, alimentano le fragilità tipiche della adolescenza.

Inculcano nelle menti, nei cuori dei ragazzi, l’idea di una vita priva di realistiche prospettive, di alcun futuro degno di essere vissuto intensamente in ogni suo, fino all’ultimo e come se ciascuno fosse l’ultimo, istante.

Come stupirsi di scoramenti, depressioni, di alibi di una accidia dilagante…

Alzare le mani ancora prima di iniziare.

Non è però per questo che i nostri “vecchi” si sono battuti, spesi, sacrificati.

Non è però per questo che i nostri “vecchi” hanno lottato, non si sono arresi, sebbene sovrastati da autentiche montagne di macerie ereditate in dote dalla seconda guerra mondiale.

Non è però per questo.

L’impressione – la “percezione”, per stare al linguaggio imperante – è che si stiano diffondendo a macchia d’olio sacerdoti e adepti di un novello credo devoto al disimpegno.

Intanto, per effetto del crollo verticale della capacità di attenzione e concentrazione.

Alla accelerazione, impressionante, del trend, ha contribuito l’avvento dello zapping, stimolato a sua volta da pubblicità intermittenti a frammentare i programmi, pubblicità infine quasi invocate con impazienza per il tempo di una telefonata o di una visita al frigorifero.

Stop e rewind hanno fatto il resto.

Ne ha fatto le spese anche il modo di comunicare.

Imperativo attenersi a non più di 15/20minuti – all’incirca, appunto, il tempo intercorrente tra le inserzioni pubblicitarie in un qualsiasi programma televisivo – che altrimenti, chi ascolta, si distrae.

Si è così via via giunti ai telegrafici caratteri di twitter, a interloquire a suon di titoli e slogan.

All’epoca delle sole emittenti generaliste, i palinsesti ospitavano un po’ di tutto: informazione, svago, approfondimenti, varietà.

Oggi, si può stare 24h al giorno incollati allo schermo a intontirsi di trasmissioni di intrattenimento di bassa lega, telefilm e serie demenziali, musica e quant’altro.

Una volta, si attendeva Natale per il panettone.

Oggi, la colomba pasquale è lì già subito dopo l’Epifania.

Si aspettavano le feste per svaghi, dolci e leccornie.

Oggi, è sempre qui la festa.

Sembrano non destare alcuna curiosità, tra i ragazzi, giochi on-line solitamente loro offerti gratuitamente.

Chi mai saranno questi “benefattori” che li ideano, li realizzano a proprie spese, per il solo piacere di donarli?

“Timeo Danaos et dona ferentes”, ovvero, “Temo i Greci anche se/quando portano doni”.

È il monito solenne, disperato, proferito dallo sfortunato Laocoonte, strenuamente quanto vanamente impegnato a convincere i Troiani a non introdurre il famoso cavallo all’interno delle altrimenti invalicabili mura della città.

Come sia andata a finire…

Grandi Vecchi?

Forse improbabile, nondimeno possibile.

Non da adesso, l’obiettivo è il consumatore, stimolarne e condizionarne i comportamenti.

E i nostri ragazzi costituiscono preda assai allettante.

“Non sono come li hai dipinti i nostri ragazzi, sono anzi più intelligenti di noi, sensibili a innumerevoli tematiche cui eravamo invece sordi e indifferenti, girano il mondo, conoscono le lingue, sono disponibili all’incontro e al confronto”, ecc. ecc., pare di udire.

In fondo, non ha poi tutta questa importanza.

D’altra parte, tra il bianco e il nero, le sfumature di colore sono pressoché infinite.

Lo stesso vale tra e negli agglomerati sociali.

Sarà tuttavia che, da genitori, come anche lo scrivente ha la gioia di essere, si intravvedano insidie e pericoli in ogni dove…

Sperando che non arrivi mai quel giorno che, rivolgendoci ai nostri ragazzi, ci si senta rispondere…: “bau!”.