I colleghi del “XXXIII viceprefetti”

I colleghi del “XXXIII viceprefetti”

Desideriamo ricordare il Prefetto Leopoldo Falco che, purtroppo, abbiamo avuto modo di conoscere solo per pochissimo tempo, abbastanza, però, per riconoscerne la professionalità, la sensibilità, la profondità di pensiero.

Come direttore del Centro Alti Studi del Ministero dell’Interno, si era reso promotore della organizzazione di Tavole rotonde al fine di approfondire specifiche tematiche e stimolare una importantissima attività di confronto tra colleghi di esperienza e noi corsisti, creando momenti di forte sinergia ed empatia.

Il ricordo più presente del Prefetto, tuttavia, è come persona con una carica di umanità e una signorilità che trapelava nei modi e nel carattere davvero fuori dal comune.

Il sentimento è quello di avere perso una figura “paterna”, attenta alle esigenze di chiunque gli fosse vicino, pronta a intercettarne i bisogni e a valorizzarne le potenzialità.

Nel corso delle esequie è stata riportata una frase, scritta in uno dei suoi libri, che ci piace ricordare: “La peggior cosa che possiamo fare al nostro prossimo è quella di togliergli la speranza”.

Ecco, il valore più grande che ci ha trasmesso, oltre a quello di svolgere il ruolo di funzionario dello Stato con competenza, impegno, serietà e dedizione, è di mantenere sempre un atteggiamento aperto e fiducioso, con la consapevolezza che le situazioni problematiche, pure le più complesse, possano evolversi positivamente.

A noi, il compito di ricordarlo e di fare tesoro dei suoi scritti e delle sue riflessioni, anche confidate ai nostri colleghi, sul ruolo della carriera prefettizia e dei cambiamenti che siamo chiamati ad affrontare.


Liliana Baccari

Caro Leopoldo,

sono passati quasi quarant’anni da quando ci siamo conosciuti e tutto questo tempo trascorso, in cui ho dato sempre per scontata la tua presenza, adesso mi sembra un dono, durato anche troppo poco.

Anche con tanti amici della nostra amata e mai abbandonata terra d’origine, giovanissimi, abbiamo iniziato insieme quel percorso professionale a cui hai dato tutto te stesso e che, a tratti, abbiamo condiviso.

Ma anche se fisicamente lontani, tu c’eri, tu c’eri sempre, sapevo di poter contare sempre su di te, su di te che senza sforzo alcuno regalavi a tutti il tuo sentirti prossimo.

“Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Ma tu, Leopoldo, travalicavi persino questo fondamentale Comandamento, amando il tuo prossimo finanche più di te stesso.

O almeno, credimi, questa è la sensazione che ne ricevevo.

Ognuno era veramente importante ai tuoi occhi.

Sapevi ascoltare, capire, consigliare e se del caso rasserenare.

C’era sempre tempo… avevi sempre tempo per tutti.

La cosa bella, perché ormai sempre più rara, è che per te era sempre tempo ben speso.

Hai compiuto delle scelte di vita che un tempo mi apparivano strane e distanti ma che poi, col tempo, in un percorso del tutto personale, certamente lento ma, ritengo, mai tardivo, ho apprezzato davvero, comprendendone la bellezza, l’importanza, la grandezza.

E ho capito anche che tu eri già avanti, un bel pezzo avanti a me nel dare il giusto senso alla vita, nel costruire quel grande patrimonio di umanità e spiritualità che sapevi profondere in così larga misura e senza risparmio.

Ti ho ammirato, Leopoldo, ti ho ammirato anche per la tua dignità di uomo… in ogni contesto.

Ho capito, anche attraverso te, che cosa significhi “avere un alto senso dello Stato”.

Una frase, un’espressione che mi faceva stupidamente sorridere quando, giovane e inesperta, la ritrovavo scritta nei rapporti informativi (ormai preistoria!) di qualche collega più navigato.

Ho sempre ammirato il tuo entusiasmo e la determinazione che mettevi in ogni attività che intraprendevi fuori e dentro l’Amministrazione.

Hai sempre creduto fortemente e profondamente nella possibilità di migliorare, sempre, e di far migliorare.

La superficialità non era un sostantivo che potesse rientrare nel tuo vocabolario.

Ho sempre ammirato la tua sensibilità, la tua delicatezza, ma al tempo stesso la tua fermezza e la tua grande forza d’animo nel superare le avversità che la vita inesorabilmente ci pone di fronte.

Tenere la barra dritta, questo è ciò che conta, sempre e dovunque.

Ci sono valori non barattabili, per i quali vale anche la pena vanamente soffrire, tormentarsi, sentirsi soli.

E quei valori li hai portati con te ovunque e tutti te ne hanno dato testimonianza.

Insomma, Leopoldo, più che un collega e un amico sei stato un fratello, il fratello di tanti e quella strana, ma palpabile magia che sapevi creare intorno a te, come una scia si riversava su di noi, su tutti coloro che ti circondavano, facendoci sentire a nostra volta più vicini e più uniti.

Hai lasciato tanto di te, ci hai lasciato tanto di te, generoso come sei.

Sei venuto a trovarmi al mio ritorno a Roma.

Chissà…, forse un ultimo saluto, chi poteva immaginare ciò che di lì a poco sarebbe successo!

Ma grande, anzi immensa, oggi è la felicità che provo per averti finalmente potuto dire, con spontaneo slancio, all’atto del commiato, “Leopoldo ti voglio bene”.

E tu, di rimando, fermandoti un po’ oltre la soglia, girandoti verso di me rispondevi “ANCH’IO”.

Ecco, quell’”anch’io” lo porterò nel mio cuore per sempre.

Un po’ come il forte, silenzioso e prolungato abbraccio di mia madre poco prima che salisse in Cielo.

Credo proprio che come tutti i veri “buoni” di questa terra il Signore non vedesse l’ora di averti con Sé, quale strumento prezioso, insieme a tutti gli altri, per poter continuare, ancor più e ancor meglio di prima, a renderci partecipi di quel progetto di Amore che anche grazie a te e al tuo esemplare stile di vita abbiamo assaporato.

E questo addolcisce, sebbene solo un po’, caro Leopoldo, il grande dispiacere per la tua improvvisa e  precoce  scomparsa.

Ti hanno definito un “galantuomo” e un “galantuomo delle Istituzioni”.

Ecco, penso che questa sia la migliore sintesi con cui, pensandoti, non ti lasceremo andar via dai nostri più cari ricordi.

Ciao.


Alessandra Camporota

Carissimo Leopoldo,

oggi è la classica Domenica del Prefetto, come la avevi magistralmente definita in una di quelle Tue folgoranti istantanee di vita vissuta alle quali ci avevi abituati.

Ricordo le Tue osservazioni quando parlavamo di quelle Tue pagine che mi erano particolarmente care: non dovrebbe essere così, non è naturale che un Prefetto, uomo o donna che sia, stia da solo, lontano dai suoi affetti, soprattutto la domenica, giorno da dedicare alla famiglia.

Sono nel Palazzo del Governo di Rimini, in questa domenica agostana, eccezionalmente con la mia famiglia venuta a tenermi compagnia, ma ho passato tanti giorni di festa nei quali, come Te a Trapani, mi sono aggirata in questa prefettura oppure ho passeggiato per il centro storico, a piedi o in bicicletta, da sola con i miei pensieri.

Quando sono arrivata a Rimini, un anno fa, nei miei saluti iniziali pieni di speranza ed entusiasmo ho ripreso quella poesia di Nazim Hikmet che Tu citasti all’inizio di quel piccolo testo intitolato Crederci, un altro regalo prezioso che ci hai lasciato.

“Il più bello dei mari è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.”.

Se penso a mia madre, ormai molto anziana, e alla sua dolcezza nei miei anni giovanili, mi viene in mente quella splendida descrizione del sorriso di Tua madre, contenuta in un altro Tuo bellissimo brano.

Nel periodo in cui andavo in Calabria, come componente di una Commissione straordinaria, avevo con me in treno e poi sul comodino dell’albergo il Tuo libro Ricordi di un Prefetto, con le acute e illuminanti riflessioni sui diversi incarichi che hai ricoperto in realtà complesse, dalle quali traevo energia e coraggio.

Tutte le volte che venivo al Ministero il terzo piano era un passaggio indispensabile per salutarTi, avere un consiglio, rasserenarmi e condividere quella Tua tensione al bene comune, quella passione civile travolgente che Ti rendevano unico e prezioso amico.

Carissimo Leopoldo, ho condiviso con tanti colleghi e amici questo legame così speciale che sapevi creare, perché in verità eri Tu a essere speciale e a illuminare le nostre vite, riuscendo a farci sentire parte di un percorso più alto al quale eravamo chiamati, ognuno secondo le sue capacità, ma tutti con grande dignità.

Non ho potuto frequentarTi, purtroppo, al di fuori dell’ambiente di lavoro, anche se frammenti della Tua vita venivano fuori nei nostri colloqui, così come le fotografie che Ti ritraevano con i Tuoi figli mi facevano immaginare come potessi essere in famiglia: dolce e deciso, paterno e autorevole.

Di recente ho avuto modo di esprimere il mio apprezzamento a un colonnello dell’Esercito che presta servizio nella mia città sottolineando, in particolare, tra le sue doti, proprio quella della dolcezza.

È una qualità che ho riconosciuto in molti uomini a me vicini e che quando ero ragazza sarebbe stata difficilmente attribuibile ai miei coetanei, considerata quasi un’offesa; probabilmente è stato Antonello Venditti a legittimarla, con la sua Dolce Enrico.

Oggi la Tua mancanza, caro, dolce, coraggioso Leopoldo, è forte.

La consapevolezza di non trovarTi più al Viminale, ma soprattutto alla nostra Scuola, per la quale sognavi e stavi perseguendo con tenacia una nuova indispensabile e ineludibile rinascita, la certezza di non poterTi salutare al telefono o su WhatsApp, mi sembrano inaccettabili, insopportabili.

Ho qui vicino a me i Tuoi libri.

Vivissimo è il ricordo di quella giornata alla Biblioteca Angelica con tanti amici e dell’affetto con il quale, insieme a Marco, ci hai accolto dimostrando ancora una volta, nel condividere le vostre coraggiose proposte, la Tua salda fiducia nel futuro del nostro Ministero e la Tua appassionata dedizione al bene della nostra Amministrazione, al bene del nostro Paese.

Sei stato un grande Italiano, un grande Uomo.

Sarai il nostro faro, la nostra guida, il nostro luminoso esempio.

Addio, carissimo Leopoldo.

Pensando a Te mi tornano in mente le parole dedicate a mio padre.

“Ci siamo lasciati senza dirci per dove ma con la speranza che, in qualche luogo, in una dimensione mai vissuta prima, torneremo ad abbracciarci.”.

Crederci, appunto. 


Concetta Caruso

Ti aspettiamo.

Queste sono state le prime parole che il Prefetto di Trapani, Leopoldo Falco, mi ha rivolto nell’ormai lontanissimo settembre 2013.

Eravamo stati colleghi di corso, dell’affollatissimo primo corso di ingresso nella allora carriera amministrativa dell’Amministrazione civile dell’Interno, nel 1983, ma non ci conoscevamo… e mi aveva appena indicata come suo vicario, a Trapani.

Quelle due parole mi sono rimaste impresse e ancora ne ricordo il tono, pacato, leggero ma non formale e neanche di circostanza, profondamente sincero.

Sin da allora, ne ho colto il tratto gentile ma fermo e mi sono sentita sicura nell’affrontare una esperienza che sapevo complicata e di cui sentivo forte la responsabilità.

Ho affiancato il Prefetto Leopoldo Falco, come suo vicario, nei suoi anni presso la Prefettura di Trapani, da ottobre 2013 ad agosto 2016.

Guardando indietro, ritornando a quegli anni, ripercorrendo l’intensa attività di chi al rispetto profondo delle procedure unisce la sensibilità e il coraggio che derivano da ideali e visioni altre, credo di essere stata veramente una “privilegiata”(è un aggettivo che spesso riferiva a tutta la carriera prefettizia: “siamo dei privilegiati”), per avere potuto beneficiare di un osservatorio specialissimo.

Grande tessitore di reti sul territorio, è stato uno dei pochi commissari prefettizi amati in un comune sciolto per mafia.

Era infatti profondamente legato al comune di Salemi, di cui era stato commissario per un anno circa e che poi aveva lasciato per rivestire l’incarico di Prefetto di Trapani.

Da quella esperienza era nato un rispetto e una attenzione particolari verso il territorio avendo conosciuto – dall’altra parte della barricata – le difficoltà, i disagi, le incomprensioni derivanti, da un lato, da una macchina amministrativa comunale debole e poco gestibile; dall’altro, da un tessuto politico/amministrativo pieno di insidie.

La sua cultura, la sua intelligenza, il suo acume, spiccavano in un contesto complicato che sapeva indirizzare con garbo, equilibrio e competenza.

Parlo delle problematiche dell’immigrazione, che in quegli anni, (praticamente) monopolizzavano gran parte dell’attività delle Prefetture siciliane.

Parlo dell’intensa attività profusa per l’aeroporto di Trapani-Birgi.

Parlo dell’assillante e subdola presenza di criminalità/mafia/massoneria e dell’impegno costante profuso per il loro contrasto.

Di seguito a queste brevi notazioni, mi fa piacere riportare il saluto rivolto al Prefetto Leopoldo Falco, il 30 agosto 2016, in occasione del suo trasferimento all’Ufficio Legislativo del Ministero.

È il grazie sincero e affettuoso che, come suo vicario, gli ho rivolto a nome di tutti i dirigenti e di tutto il personale con i quali, grazie alla sua forza coinvolgente, eravamo riusciti a essere veramente un solo “corpo”.

È stato anche un saluto gioioso, pur con il rammarico di avere “perduto” un Prefetto eccezionale, sapendolo felice per l’incarico prestigioso e ambìto che andava a ricoprire.

Adesso che ci ha lasciati, adesso che, purtroppo, lo abbiamo prematuramente perduto, rimane invece il rammarico profondissimo che, forse, la sua anima gentile se ne sia andata delusa e amareggiata.

“Il momento è arrivato.

Il momento dei saluti, del commiato.

Non quello, spero, delle parole scontate.

Quello che posso dire a nome di tutti è che Ti ringraziamo per come hai saputo interpretare, in questi tre anni, la figura del Prefetto.

Un Prefetto autorevole, mai autoritario; equilibrato, mai disattento; sereno, sempre determinato; con una vision delle cose alta, spesso sorprendente.

Come quando hai annunciato che pensavi a una Trapani senza C.A.R.A. e senza C.I.E., due entità che sembravano inamovibili.

Invece, di lì a poco, contro tutte le previsioni, uno è stato chiuso.

L’altro, ha cambiato veste giuridica, diventando un esempio per tutti gli hotspot!

È stata sicuramente una visione che ha superato ogni possibile idea e ci ha dato la certezza che il nostro Prefetto avesse sicuramente una marcia in più!

Ti ringraziamo per averci lasciato in eredità il rispetto per la Prefettura, la stima per una funzione che è stata svolta senza mai prevaricare e sempre ricercando le soluzioni possibili con una mediazione attenta e capace.

Ti ringraziamo per l’intelligenza e la sensibilità con cui hai gestito i rapporti con i colleghi dirigenti e con tutti i dipendenti.

Ti ringraziamo per l’esempio di Uomo e di Prefetto che, a una profonda onestà intellettuale, ha saputo unire una sapienza di cuore che sicuramente ci ha resi tutti migliori e più forti.

Quello che infine ci riempie di soddisfazione, che fa diventare un po’ anche nostra la Tua felicità, è che il lavoro prezioso svolto in questo territorio così bello e suggestivo, ma anche così difficile, ha avuto come meritata conclusione un importantissimo riconoscimento con una  promozione che onora la Tua persona, la Tua carriera, questa Prefettura.”.


 Angelo Ciuni

Caro Leo,

già mi manca la Tua capacità, a volte difficile da accettare, di comprendere, persino giustificare tutti, anche chi ritenesse di avere il diritto di parlare pur avendone invece solamente la possibilità.

Mi manca anche il nostro ricordare la storia che ci ha visti camminare su strade spesso giustapposte, condividendo anche i momenti di dubbio e, nel mio caso, addirittura sfiducia nel futuro.

Un futuro che Tu riuscivi a immaginare sempre in evoluzione, che io, in poche occasioni per mia fortuna, ho sperato si fermasse almeno un attimo a riflettere.

Mi manca anche la Tua profonda cultura – non quella erudizione che potrebbe appartenere a chiunque – che si esprimeva per il tramite di un sincero e onesto senso critico che mi aiutava a oggettivare la realtà, facendomi restare con i piedi ben saldi a terra senza tuttavia impedirmi di godere della bellezza.

Col trascorrere del tempo, chissà quante altre cose mi mancheranno di Te.

Entrambi, però, sappiamo come esista un’altra realtà, nella quale Tu credevi, di cui io sono solo quasi sicuro, che ci vedrà ancora accanto, perché nessun grande incontro è, può essere casuale.

Non Ti so dire dove né quando ma, un giorno, i veri amici saranno chiamati a camminare comunque insieme, fianco a fianco, anche su un mondo altro che molti, quasi a prescindere, si ostinano a definire migliore!

In realtà sarà solo “altro”, perché non potrà essere mai migliore di questo, se è su questo che ci è stato consentito incontrarci, conoscerci, apprezzarci.

Volerci bene.

Buon viaggio.

Anzi, Buona Pasqua.

Tuo, con l’affetto che conosci.


Antonio Corona

Alcuni di noi lo chiamavano affettuosamente Poldo o Poldino.

I suoi modi signorili mi avevano personalmente ispirato Poldo de’ Poldis.

Siamo entrati insieme in Amministrazione.

15 dicembre 1982, l’anno del mundial in Spagna.

Paolo Rossi a “far piangere” il Brasile, Nando Martellini a urlare e ripetere “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”, trevoltetre quante i titoli iridati fino ad allora con quello conquistati dai nostri azzurri, Italia ‘34, Francia ‘38, Spagna ‘82, appunto.

1982, una vita fa.

Trascorso il canonico periodo in prefettura, ci trovammo nella primavera seguente a Grottaferrata, I corso per vice consiglieri di prefettura.

In vero, il concorso da noi superato era per consiglieri di prefettura.

La sopravvenuta riforma ex d.P.R. n. 340/1982, ci aveva peraltro… degradati ben prima di iniziare.

Partenza in salita.

Un presagio?

Lo conobbi mentre, con movenze da autentico segugio, mi aggiravo tra i commensali al Babbuino, l’albergo che ospitava noi discenti, a stanare possibili “talenti” da arruolare nella costituenda squadra di calcio.

Sei mesi sarebbero stati duri da smaltire…

A guardarci oggi, potrebbe palesarsi più di una legittima perplessità sulla nostra caratura fisica e tecnica.

Eppure, anche noi siamo stati giovani rampolli, persino noi, e neanche troppo male, abbiamo sgambettato dietro a un pallone.

Lì, a Grottaferrata e dintorni, all’inizio le abbiamo pure prese.

Quante belle soddisfazioni ci siamo però poi tolti.

Leo presidiava la fascia mancina.

Non che si ergesse a maestoso, invalicabile baluardo, le sue erano piuttosto attitudini da fluidificante.

Ciononostante, se c’era da mettere il piede…

Appresso a quella palla, tra lezioni, conferenze, esercitazioni, libri, ansie, preoccupazioni, tuffi in piscina e al lago, risate, frizzi e lazzi, si sono annusate, intrecciate e consolidate le nostre amicizie, che il tempo non è riuscito a scalfire benché per l’italico stivale dispersi dalle rispettive avventure professionali.

L’affetto, proprio l’amicizia, hanno costituito i formidabili pilastri intorno ai quali è successivamente nata e sbocciata iniziativa ’92 che, Poldino tra i pionieri, ebbi l’onore di rappresentare e condurre e che, indelebile e profondo, avrebbe impresso il segno nella storia della Associazione, l’A.N.F.A.C.I..

Nonché di quella che sarebbe divenuta l’odierna carriera prefettizia che, altrimenti, non avrebbe probabilmente mai nemmeno emesso il primo vagito.

Il Consiglio Nazionale di Montesilvano, funestato dagli echi del concomitante, barbaro attentato a Giovanni Falcone, segnò la svolta.

iniziativa ‘92 portava a Segretario Generale Vittorio Stelo, al quale tutti noi molto dobbiamo, riguardo in particolare vicenda ed esito della contrattualizzazione del rapporto di pubblico impiego.

La sera, la notte prima del rinnovo degli organi statutari, Leo non smetteva di far di conto nella comune cameretta a due letti.

Tormentava, e tormentava, e tormentava, non smetteva di tormentare quei “numeri”.

E me.

“Poldo, basta! Lasciami stare, adesso m’hai proprio stufato, non ne voglio sapere, vediamo domani mattina, spegni la luce, dormiamo!”, lo incalzavo, con quel pizzico di sana scaramanzia da buon romano.

Lui, imperterrito, “Uccio, ma dai, guarda qua, ce la facciamo, non c’è partita!”.

E avanti così, finché la stanchezza non ebbe ragione del nostro disputare.

Se non altro, ebbe ragione.

Come non sempre, come viceversa altre volte.

La segreteria Stelo, figlia di quel movimento di giovani funzionari, fu una esperienza straordinaria, quanto non scevra di amarezze, amarezze tra le quali concluse anzitempo il mandato.

E poi?

E poi…

Trentasette anni di chiacchierate, telefonate, confidenze, di condivise situazioni, speranze, gioie, soddisfazioni, delusioni.

Ce ne sarebbe da raccontare.

Ciò che tuttavia innanzitutto veramente conta, è che non ci siamo persi.

Leopoldo era stato tra l’altro autore, su il commento, di gustosi acquerelli di esistenza quotidiana, personale e non.

Gli avevo perciò accennato una nuova idea da sviluppare assieme, sempre su queste medesime colonne.

Eravamo rimasti di riparlarne subito dopo l’estate.

Sennonché…

Sennonché, caro il mio Poldo de’ Poldis, stavolta l’hai fatta grossa, verrai meno alla parola data.

E con me, proprio con me!, doveva capitare, come avrei potuto anche solo lontanamente immaginarlo.

Tali e tanti sono dispiacere e disappunto che…

Che come non mai, incontenibile, mi cresce dentro il desiderio di prenderti e stringerti forte forte tra le mie braccia, amico mio.

Ancora una volta.

Almeno un’ultima volta ancora.


Roberta Dal Prato

Un flash.

Roma, Palazzo Vidoni, febbraio 2018.

Sala di attesa, ancora semivuota.

Giornatona: finalmente il contratto.

Tanti, troppi anni sono trascorsi dalla firma dell’ultimo accordo della carriera.

Mi accomodo e penso tra me e me: “Sarò accanto al mio Presidente e ascolterò il suo intervento…”.

Ancora non so che le condizioni metereologiche lo faranno arrivare non di lì a poco.

Lo apprendo da lui telefonicamente poco prima dell’inizio del Tavolo, mi dà indicazioni, mi conforta, mi sento sostenuta.

Ma il contesto è nuovo, autorevoli i componenti, mi ritrovo là, da sola, a rappresentare AP.

Comprensibile un pizzico di emozione.

Uno dei miei figli, splendidi ma fin troppo osservatori e ipercritici, mi apostroferebbe: “Mamy, ti sei impanicata?”.

Faccio mente locale per meglio affrontare il momento.

Disagio, sì, qualcuno, dotato di particolare sensibilità, potrebbe essersene accorto.

Mi viene incontro una persona elegante con un bel sorriso.

Sono certa di aver già visto il suo volto ma ho sempre avuto difficoltà ad associare nomi e persone.

Si presenta non come prefetto ma semplicemente come Leopoldo Falco, un carissimo amico di Uccio Corona, il mio Presidente.

Inizia a raccontarmi di quante e quante esperienze e sentire comune li abbiano accompagnati per tanti anni.

Mi lascio trasportare dalle sue parole, dai suoi ricordi, con lo stesso coinvolgimento che mi cattura quando leggo su il commento i suoi scritti, “incantevoli acquerelli”, come li definisce il suo amico.

Mi distraggo, mi rassereno.

Gliene sono grata. Flash…


Alessandra de Notaristefani di Vastogirardi

Estate del 1973, avevo quattordici anni.

Per qualche giorno fui ospitata a casa di un’amica che con i suoi genitori trascorreva le vacanze a Minturno.

È lì che ho conosciuto per la prima volta Leopoldo Falco, anche lui in vacanza con la famiglia in una villa dello stesso comprensorio.

In quei giorni ci siamo incrociati più volte al mattino, al mare, o a casa sua dove con la mia amica e il fratello di Leopoldo, Peppe, trascorrevamo i pomeriggi tra due chiacchiere e un caffè.

Il mio soggiorno fu breve perché quella era l’estate del colera a Napoli e, alla notizia di un caso sospetto proprio a Minturno, mio padre si precipitò a venirmi a prendere.

Non ebbi modo di salutare la famiglia Falco.

Quando, dopo molti anni, ho ricordato a Leopoldo quei giorni lui, col suo solito garbo, quasi scusandosi, mi disse di non rammentare nulla.

Non aveva memoria di quella ragazzina un po’ timida che gli era stata presentata frettolosamente.

Lui, invece, mi aveva molto colpita per la sua straordinaria dolcezza e cortesia, per il suo modo di porgere e la sua innata signorilità.

Nonostante fossimo entrambi napoletani e le famiglie si conoscessero da anni, non ci siamo mai più incontrati per circa venti anni.

Quando, nel 1990, da giovane vice consigliere di Prefettura sono stata assegnata al Viminale, all’allora Direzione Generale per l’Amministrazione Generale e per gli Affari del Personale e ho conosciuto il Leopoldo Falco, stimatissimo funzionario dell’Ufficio Legislativo Centrale, sono stata sorpresa e felice di ritrovare il suo sorriso dopo così tanto tempo.

Dal 1992, con Leopoldo e altri colleghi abbiamo trascorso insieme tante serate a discutere del nostro futuro di funzionari e di quello dell’Amministrazione cui ci legava, come credo tutt’ora, un forte spirito di appartenenza che coniugavamo con prospettive di rinnovamento e di rilancio per la nostra carriera.

Prospettive, poi, realizzate grazie all’instancabile opera del Prefetto Carlo Mosca con il prezioso contributo di Leopoldo Falco.


Giuseppe Forlani

Il messaggio di Laura Lega il 28 luglio mi ha raggelato: è morto Leopoldo.

Non mi sembrava possibile.

All’inizio del mese avevo preso con lui l’impegno di partecipare a una tavola rotonda alla ex S.S.A.I..

Non ci sentivamo da tempo.

Compagni di classe al III Corso di reclutamento per funzionari direttivi dello Stato presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione nella reggia di Caserta, per nove mesi nel 1981-1982 e, quindi, per altri sei mesi al I Corso per vice consiglieri di Prefettura presso la neonata Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno a Grottaferrata, la distanza delle rispettive sedi di servizio – a Pistoia prima e poi al Ministero lui, io a Torino – aveva inevitabilmente rarefatto le occasioni di incontro.

Mi ha dato però la possibilità di seguirlo attraverso gli scritti, saggi, recensioni, racconti con cui ha impreziosito in questi anni le riviste dell’Amministrazione, dell’A.N.F.A.C.I. e in particolare il commento.

Eravamo stati compagni di scuola e compagni di spogliatoio sui campi di calcio, avevamo attraversato insieme un frammento importante della nostra vita giovanile, quando i momenti vissuti, le emozioni condivise – soddisfazioni, delusioni, frustrazioni – lasciano segni indelebili in ciascuno e creano uno speciale legame affettivo permanente, a prescindere, che annulla i lunghissimi periodi senza contatti diretti e rende immediatamente familiare e quotidiana anche una telefonata di servizio.

Ero stato molto contento del suo recente incarico di Direttore del Centro Alti Studi del Ministero dell’Interno, per le sue qualità umane e professionali ero certo che avrebbe ricalcato le orme dei grandi Direttori e, tra tutti, quelle dei nostri Maestri Aldo Camporota e Carlo Mosca.

Come Aldo Camporota, in particolare, si trovava all’inizio di un nuovo percorso per la formazione dei dirigenti prefettizi.

A Grottaferrata nel 1983, Aldo si rivolgeva a noi come ai Prefetti del 2000.

Leopoldo, sono certo, si sarà rivolto ai neo-viceprefetti aggiunti come ai… Prefetti del 2030.

In quella breve telefonata di inizio luglio, mi aveva parlato di questo incarico, lo avevo sentito consapevole della difficoltà in cui doveva operare per recuperare la responsabilità ampia e l’autonomia necessaria per dare al Centro Alti Studi la capacità di essere davvero il motore della nuova Amministrazione, che aveva contribuito a delineare fin dai tempi della riforma della carriera con una visione successivamente arricchita dalle esperienze commissariali e di prefetto in sede.

Ho partecipato alla prima presentazione del Dialogo sul futuro del Ministero dell’Interno, il 4 luglio 2018 a Roma, a governo “giallo-verde” appena costituito, e a Milano il successivo 12 ottobre.

È stata per me una chiamata alle armi, la vibrazione irresistibile che provoca il suono dell’antica amicizia.

Volevo e dovevo essere vicino a loro, a Leopoldo, a Marco, sì, Marco Valentini; testimoniare con la mia presenza l’apprezzamento per il contributo intellettuale e umano e il sostegno alla ripresa di un confronto non solo interno al corpo prefettizio.

Sono contento di esserci andato, ancora di più oggi alla luce della improvvisa scomparsa di Leopoldo.

Mi tornano in mente le sue parole pronunciate al termine della presentazione milanese: “Non ho nulla da rimproverare o recriminare all’Amministrazione: ho ricevuto riconoscimenti che vanno oltre i miei meriti.”.

Era l’ennesima dichiarazione d’amore per il Ministero dell’Interno e le Prefetture.

Rimasi impressionato da quella riflessione personale che per gli estranei doveva forse servire a comprendere l’ispirazione disinteressata di quella iniziativa editoriale.

Per me, invece, era la sintesi di Leopoldo.

Uomo buono, solido nei valori e nei sentimenti, rigoroso innanzitutto verso se stesso, attento e generoso.

Collega esemplare nell’esprimere e praticare con coerenza la responsabilità e la dignità della funzione pubblica chiamato a svolgere.

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p.s.
Ho navigato sul web per cercare di colmare i tanti e forse colpevoli vuoti di oltre trentacinque anni.
Quante cose mi sono perso della sua vita.
Suggerisco a quanti non lo abbiano visto, un video accessibile tramite https://vimeo.com/40138366.
È una conversazione che, sette anni fa, Leopoldo ebbe alla Fondazione Gerardino Romano di Telese Terme(BN).
Anticipava con il titolo, L’agrodolce della vita, i temi raccolti nel volume Ricordi di un prefetto. Racconti di vita, di identità e di sentimenti anche familiari.
Tanti gli episodi della propria vita personale e professionale raccontati senza nessuna autoreferenzialità per meglio illustrare e fare comprendere la delicatezza e la complessità delle questioni che i prefetti, i commissari straordinari nei comuni devono affrontare.
Mi ha colpito in particolare il racconto della scoperta della sua “vocazione”, del passaggio dal mondo giuridico al mondo reale come luogo di azione e di testimonianza del proprio impegno di uomo, cittadino e prefetto.
La rete restituisce anche, e ancora indigna, il sorprendente attacco, pure sul piano personale, che Leopoldo ebbe a subire da Vittorio Sgarbi al tempo della gestione commissariale di Salemi e della nomina a Prefetto di Trapani.
Proprio vero, un bel tacer non fu mai scritto.


Antonio Giannelli

Presidente Si.N.Pre.F.

Certe cose accadono così, nel più assoluto silenzio di un mattino come tanti.

Nello stesso momento in cui, da qualche parte nel mondo, sta nascendo una vita, un’altra si spegne, lasciando attoniti familiari, parenti e amici.

L’uscita di scena di Leo ha sconvolto quanti hanno avuto il privilegio di apprezzarne una raffinatezza d’animo che, rafforzata da una profonda cultura, lo ha sempre sostenuto nelle tante e coraggiose battaglie condotte con ferma determinazione.

Per noi è stato un costante esempio di moderazione, pur sostenendo sempre in maniera convinta anche iniziative da altri considerate fuori dagli schemi.

E così è stato pure quando ci siamo sentiti per l’ultima volta.

Nel dirsi felice per avviarsi a qualche giorno di riposo nel luogo che considerava l’origine della propria storia personale e familiare e da cui, emblematicamente, è volato via, ci confortava nella scelta di porre a base dell’azione del Sindacato, per cui tanto ha fatto, la riorganizzazione dei posti di funzione.

Un tema, questo, a lui caro, visto che, insieme ad altri amici, vi lavorò alacremente anni fa, conformando uno schema organizzativo della carriera innovativo, in grado di supportarne una generale dirigenzialità foriera di benefici in precedenza impensabili.

Il coraggio, a differenza di quanto si potesse pensare osservandone il passo e l’eloquio misurato, non mancava a Leo.

Basti pensare a come scelse in maniera convinta di sedere al tavolo delle trattative per il rinnovo di un contratto mancante da più di dieci anni in un momento di profondo rinnovamento del Si.N.Pre.F..

Per questo porteremo idealmente con noi Leo al tavolo per la predetta riorganizzazione, che faremo di tutto per vedere attivato al più presto.

Cosi come continueremo, con forza, la battaglia, in cui Leo credeva tanto e che tante amarezze gli ha prodotto, per fare nuovamente della formazione un pilastro dello sviluppo della carriera prefettizia.

Buon viaggio, caro amico.


Maurizio Guaitoli

Ricordate il saluto dei cives romani ai loro cittadini più illustri?

Ecco, io quell’“Ave!” lo tributo qui a un grande, indimenticabile amico di gioventù, recentemente scomparso: Leopoldo Falco.

Così, voglio ricordarne il tratto indimenticabile e indelebile impresso nella mia memoria che riguarda quel suo carattere così squisito, aperto al mondo, capace di vedere le cose con sereno distacco, come in una sontuosa prospettiva dall’alto di Paolo Uccello, dove i punti di fuga non sono mai due ma tre: come le immagini disegnate su di una sfera, in cui la convessità è complessità del mondo che ci circonda.

Basta rileggere i contributi di Leo pubblicati su il commento, da cui si distinguono con nettezza e inequivocabilmente le sue passioni umanissime, quel suo sapersi distrarre senza però lasciarsi contaminare dai mali del mondo, mai quindi chiudendosi in se stesso né sentendosi sicuro dietro lo scudo del Potere.

I nostri, erano caratteri esattamente opposti: troppo esuberante, anarcoide e artistoide il mio; calmo, riflessivo, contemperante e pacato il suo.

Cosicché, quando prendevamo un discorso su argomenti “caldi” per entrambi, ero io a stupirmi della sua calma olimpica, della profondità delle sue riflessioni e, infine, ad adeguarmi dandogli spesso ragione.

Cosa mi mancherà moltissimo di lui?

L’Alter Ego con cui confrontarsi e, in definitiva, dal quale lasciarsi consolare dei guai e delle mille ingiustizie della vita terrena.

Ave, Leo!

Riposa in pace nel Terreno dei Giusti!


Carlo Mosca

Leopoldo Falco, prefetto della Repubblica, è scomparso all’improvviso.

La morte lo ha strappato all’affetto dei Suoi familiari che tanto amava e alla Sua terra a cui tanto era legato, lo ha strappato al Corpo prefettizio e all’Amministrazione dell’Interno che, per quasi quaranta anni, Lui ha servito con un impegno eccezionale, conferendo prestigio al ruolo e alle funzioni del prefetto.

Leopoldo era una persona giusta, leale, onesta, di comportamenti retti, in particolare nei rapporti con gli altri.

Per questo, non ho esitato a definirlo un galantuomo e, siccome ha esercitato queste sue splendide qualità nelle Istituzioni e nel Corpo prefettizio di cui era orgoglioso appartenente, lo ho definito un galantuomo delle Istituzioni, le quali rappresentano i veri argini della democrazia repubblicana.

Di questo Lui era profondamente convinto.

Da qui la sua devozione al servizio nelle Istituzioni, la sua coerenza rispetto agli impegni assunti con il giuramento, la sua osservanza della legalità repubblicana, osservanza delle leggi e della Costituzione, ma prima di tutto dell’essenza valoriale di quest’ultima che conferisce legittimazione a chi governa e a chi rappresenta lo Stato-Comunità sul territorio, come fanno i prefetti quando esercitano le loro funzioni in provincia.

Leopoldo Falco ha interpretato il ruolo di prefetto in maniera tradizionale, ma nella continuità ha innovato nella forma e nelle modalità di esercizio del delicato ruolo.

Ci teneva a dire che si sentiva soprattutto il “prefetto dei cittadini”, impegnato a dare risposte ai bisogni che rappresentavano, immediato nell’ascoltarli, pronto a suscitare energie positive, sempre disponibile a fare da mediatore quando gli interessi si presentavano contrapposti.

Ci teneva a essere un risolutore di problemi.

Contestualmente, in quel Suo carattere mite e pacato, vi era la forza e la determinazione della gente della Sua terra, abituata a lottare e a sacrificarsi per raggiungere i risultati sperati.

Non ebbe, infatti, esitazioni e la Sua azione fu rapida ed efficace in territori di prima linea, come quelli della provincia di Trapani dove, per oltre quattro anni, affrontò, con coraggio, il contrasto al crimine organizzato, grazie anche a un sapiente coordinamento delle Forze di polizia.

Così come apprezzata fu la sua cura nel sostegno degli amministratori locali di quel territorio, a fianco di quelli che non esitavano ad assumere posizioni contro l’illegalità.

Analogamente si comportò nell’amministrare i comuni sciolti per infiltrazioni del crimine organizzato laddove decisiva fu la Sua azione di commissario.

Preziosa la Sua opera nel coordinamento delle tante attività di accoglienza e integrazione degli immigrati e dei rifugiati, laddove emergeva la Sua grande umanità e la Sua vera nobiltà, quella del Suo animo reso forte da una particolare fede religiosa che lo aiutava ad affrontare ogni asperità della vita.

Leopoldo Falco aveva iniziato, con altra impostazione perché differenti sono le caratteristiche del territorio, a operare in provincia di Lucca e già nei primi mesi di servizio si era fatto stimare per la capacità di essere accanto alla gente per risolvere anche lì, insieme con i governi locali, le questioni più delicate.

Come non dire, poi, del Suo contestuale e delicato impegno che aveva assunto con un entusiasmo unico e con una pazienza altrettanto unica: quello di Presidente del Centro Alti Studi del Ministero dell’Interno, con il compito di rilanciare l’attività di formazione, unico vero investimento per disporre di classi di dirigenti pubblici capaci e attrezzati ad affrontare la complessa realtà odierna.

Leopoldo Falco è stato anche un intellettuale, un uomo di studio, un produttore di idee, un uomo di visioni future, con lo scopo dichiarato di riuscire a disegnare strutture e preparare il personale di esse per essere all’altezza dei tempi.

Lo ricordo sempre sereno, pronto a difendere le Sue tesi, ma al contempo a non sminuire quelle degli altri, disponibile al confronto senza mai alcun cenno di  presunzione.

L’ho avuto per tanti anni prezioso collaboratore, soprattutto quando fu a capo del think tank costituito presso il Gabinetto del Ministro al fine di dare concreta attuazione alla riforma dell’Amministrazione Civile e del Corpo prefettizio.

Di questo in particolare gli sono grato, come per aver lasciato negli ultimi anni, anche durante momenti particolari di difficoltà che avrebbero impedito ad altri di dedicarsi a questo, tante testimonianze in racconti, storie e memorie che riescono a trasmettere ai funzionari più giovani ideali e prospettive che ben condensano i Suoi convincimenti sull’esigenza di una moderna etica del servizio pubblico senza cui oggi non risulta possibile essere prima dei buoni cittadini e poi degli ottimi funzionari.

Negli ultimi tempi, ho parlato spesso con Leopoldo dell’importanza di dare un senso alla vita perché una vita senza senso non ha senso.

Posso dire che Leopoldo Falco ha dato un alto senso alla Sua vita ed è per questo che Egli continuerà a vivere tra di noi, superando in ciò i limiti della vita terrena.

E so che dalla “stanza di sopra” ci sta guardando, con il Suo sorriso indimenticabile e contagioso, esortandoci ad andare avanti e a continuare le Sue battaglie ideali al servizio della Comunità Nazionale e dell’Amministrazione dell’Interno, nello spirito di un genuino patriottismo istituzionale.


Graziella Patrizi

Ho avuto modo di sentire Leopoldo poco tempo fa, i primi giorni del mese di luglio, e di commentare insieme la Tavola rotonda che si è tenuta il 28 giugno scorso su Il ruolo del prefetto tra innovazione e tradizione, nell’ambito degli incontri organizzati dal Centro Alti Studi del Ministero dell’Interno.

Mi venne spontaneo rappresentargli l’utilità di inserire nella programmazione degli incontri gli aspetti attinenti alla materia di Protezione Civile, viste le onerose competenze assegnate al prefetto dalla vigente normativa e, da ultimo, dal Codice di protezione civile.

Evidenziai come l’attenzione per questo aspetto del nostro lavoro mi derivasse dalle diverse esperienze che mi sono trovata ad affrontare in prima persona nel corso della carriera, dal terremoto de l’Aquila alla grave emergenza verificatasi in provincia di Teramo nel mese di gennaio 2017, e la conseguente ritenuta necessità di dedicarvi molta attenzione, sensibilizzando in proposito anche i colleghi più giovani, per prepararli a situazioni emergenziali di varia natura, alle quali può accadere di dover far fronte.

Leopoldo mi ascoltò con molta attenzione, interessandosi non solo all’aspetto professionale, riguardante gli interventi posti in essere in emergenza, ma anche alle condizioni personali vissute da me e dagli altri colleghi in quei frangenti, e condivise la necessità di dedicare una particolare considerazione a questo argomento, da inserire anche nell’ambito degli incontri programmati.

Avemmo uno scambio di idee molto proficuo e convenimmo di mettere a frutto le esperienze di quei colleghi che si sono trovati ad affrontare le emergenze più significative di protezione civile.

Di quel colloquio serbo il ricordo di un collega sensibile, intelligente e attento a tutti gli aspetti della nostra attività, così complessa e ricca di molteplici sfaccettature, a testimonianza della grande professionalità e profonda umanità, elementi che hanno costantemente caratterizzato la sua attività al servizio dello Stato e della collettività.


Ignazio Portelli

Presidente A.N.F.A.C.I.

Anche io come tutti sono rimasto travolto dalla tristezza e dalla incredulità per la scomparsa di Leopoldo.

L’A.N.F.A.C.I. ha ricordato a tutti i colleghi la figura di Leopoldo con un intenso messaggio, in cui viene riportato il lodevole percorso professionale.

Con Raffaele Ruberto abbiamo consegnato alla famiglia il commosso ricordo di Laura Lega, Segretario Generale dell’A.N.F.A.C.I..

Però, quando la vita e la morte si scontrano succede che le nostre esperienze precedenti ci tornano in mente con abbagliante intensità.

Con Leopoldo ci siamo trovati ad affrontare gli stessi temi coevamente da incarichi differenti.

A metà degli anni novanta gli ordinamenti delle Forze di polizia, alla fine dello scorso secolo la riforma della carriera prefettizia allorquando preparai dal lato associativo i testi delle proposte di legge e delle posizioni dell’A.N.F.A.C.I., mentre lui da funzionario del Legislativo si occupò della redazione degli atti normativi delegati e conseguenti; successivamente ci ritrovammo a curare la normativa degli enti locali.

Nella vita associativa, ambedue soci anfaciani da sempre, fummo dalla stessa parte quando ritenemmo insieme ad altri colleghi di forzare nel rinnovamento nel 1992 e, poi, in altre occasioni quando, ad esempio, si trattò di alimentare l’impegno ed il consenso attorno al Segretario Generale, Carlo Mosca.

Essere soci dell’A.N.F.A.C.I., vuol dire aderire a un progetto culturale e professionale, spendersi per la nostra Amministrazione anche con sano spirito critico e volerla sempre bene attrezzata di fronte ai rilevanti compiti da assolvere.

Questo animo è stato la base del nostro impegno associativo.

Per tale ragione, nei mesi scorsi, chiesi a Leopoldo di organizzare insieme incontri con i soci e ci siamo confrontati con rinnovato impegno per dare nuovo slancio e nuova passione alla vita associativa.

Posso quindi spingermi ad affermare senza retorica che Leopoldo è stato un collega di spessore e un socio di qualità.

Per tale ragione, per il suo incarico di Presidente del Centro di alti studi avevamo organizzato insieme anche momenti di contatto e di conoscenza con i nostri colleghi europei dell’ENA e di scuole di formazione di altri Paesi.

Purtroppo, siamo stati interrotti; non abbiamo avuto il tempo.

Consentitemi due pensieri finali.

La parola meditata e pacata è stata il tratto distintivo di Leopoldo, non perché aggiunto alla sua natura, ma perché suo essere costitutivo e innato.

Sapeva ascoltare e dunque anche tacere.

Non soltanto sapeva attenersi a un silenzio fisico, che non interrompa il discorso altrui, ma pure a un silenzio interiore, ossia era capace di mantenere un atteggiamento tutto rivolto ad accogliere la parola e il pensiero dell’interlocutore.

Leopoldo è stato un’oasi o una riserva di acqua per tanti di noi.

Gli scritti di Leopoldo da domenica sono diventati deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio e del tempo fuggente, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro a chi la sollecita.

Gli scritti di Leopoldo sono pieni di sensibilità e di discrezione, come l’Amico che abbiamo perso, risponderanno solo se richiesto.

Il silenzio di Leopoldo è colmo di parole.

Alla famiglia giungano le affettuose condoglianze dell’A.N.F.A.C.I..


Grazia Rutoli

Quando ho conosciuto Leopoldo, era il 2004 o il 2005, ho subito pensato: “ecco come dovrebbe essere un prefetto!”.

Era venuto a Napoli a tenere una riunione sulla riorganizzazione dei posti di funzione.

Tenne testa al prefetto Profili con quel garbo e quella signorilità che tutti conosciamo, ma anche con autorevolezza e competenza.

E senza alcuna accondiscendenza.

Lo guardavo ammirata, apprezzando il suo tratto signorile e augurandomi che un giorno potesse diventare il “mio” prefetto.

Me lo sono augurato fino al giorno che ci ha lasciato.

Avevo poi avuto un altro incontro con lui nel 2012, durante il corso di formazione per il passaggio alla qualifica di viceprefetto, quando ebbi necessità, per la preparazione della mia tesina, di una notizia riguardante una proposta di modifica legislativa che lui stava curando.

Non avevo il coraggio di chiamarlo, temevo di disturbare e che non mi avrebbe dato retta, ma un collega di corso mi diede il suo numero di cellulare e mi spinse a telefonargli assicurandomi che mi avrebbe certamente aiutato.

E così è stato.

Mi ascoltò con attenzione e con la più grande semplicità e generosità mi diede le notizie che cercavo, inviandomi anche la relativa documentazione.

Per lui era normale, non capiva perché lo ringraziassi tanto.

In verità nel nostro ambiente non sempre avevo riscontrato altrettante semplicità e generosità.

Dopo pochi giorni fu nominato prefetto, io nel frattempo avevo terminato il corso e passai a salutarlo e ringraziarlo, sempre timorosa; pensavo: “ora che è diventato prefetto forse non avrà tempo di ricevermi”.

Non avevo ancora capito bene chi fosse Leopoldo Falco: un gran signore prima di tutto, come per tutti i veri signori la modestia era un suo tratto distintivo.

Mi ricevette, naturalmente, con la consueta affabilità.

Caro Leopoldo, non posso più sperare di averti come “mio” prefetto, te ne sei andato troppo presto.

Forse ora il dolore tracima sopra ogni altra considerazione e anzi con il passare del tempo sarà sempre più evidente l’enormità della tua perdita.

Intanto lasci a tutti noi un primo grande insegnamento.

È possibile, e anche… “vantaggioso”, ricoprire ruoli apicali con umiltà, garbo e generosità, restando innanzitutto quelli che siamo.

Semplicemente uomini e donne che, come tanti altri, sono al servizio della collettività.


Mariano Scapolatello

Ho incontrato per la prima volta il Prefetto Leopoldo Falco a qualche metro dal luogo in cui, successivamente, avremmo sviluppato un intenso, troppo presto interrotto, dialogo.

Tra i commissari dell’esame di primo anno del corso per consiglieri di prefettura, il 28 marzo 2018, nell’Aula Vicari della Scuola di Via Veientana, Leopoldo Falco colloquiava pacatamente con ciascuno di noi.

A un candidato chiedeva con interesse chiarimenti, con altri sottolineava la valenza prefettorale del tema trattato.

Nella pur non rilassata posizione di chi è in attesa di un responso sulla propria idoneità a permanere nella carriera, in molti avemmo modo di apprezzare la disposizione all’ascolto e al confronto di quel prefetto-esaminatore dai modi gentili.

Mesi dopo, ebbi occasione di incontrarlo per i corridoi del Viminale.

A un mio saluto deferente quanto eloquente (conoscevo un prefetto da poter salutare!) rispose con un impercettibile cenno del capo.

Ci rimasi male.

Qualche tempo dopo, alla Bibliotheca Angelica, andai alla presentazione del Dialogo sul futuro del Ministero dell’Interno.

Acquistata una copia del libro, stavolta in tono più dimesso, mi avvicinai per chiedere una dedica.

Ricordami… Mario… Ma…”.

“Ehm… Mariano…”.

“Ah, sì! Scapolatello, ricordo perfettamente. Dammi il libro…”.

A Mariano con amicizia, Leopoldo.

Rimasi con la copertina aperta tra le mani fino al rientro alla Veientana.

Quello che avevo letto nel Dialogo e le idee che ci eravamo scambiati, in occasione di un incontro successivo all’istituzione del Centro Alti Studi del Ministero dell’Interno, cominciavano a farmi cullare la speranza di poter intrattenere un “mio” dialogo con un interlocutore collocato ai più alti livelli della mia stessa carriera sul tema del futuro della e nella Amministrazione.

Credo che ricorderò a lungo dov’ero, cosa stavo facendo e con chi ero, quando appresi che il prefetto Leopoldo Falco era stato designato per la presidenza del C.A.S.M.I..

Avrei voluto a tutti i costi assistere a questa nascita, rendermi utile, fare parte della nuova sfida della formazione.

Avevo un mese circa: per me l’ultimo del corso da consigliere di prefettura, per Leopoldo Falco il primo da Presidente del C.A.S.M.I..

Il luogo, lo stesso: la Scuola(il lettore mi perdonerà se “Ex Scuola” non mi va di chiamarla).

Il Presidente(lo definisco così in questo contesto narrativo, sospettando che la valorizzazione della funzione – rispetto al titolo presupposto di “prefetto” – non lo disturbi in quella vita, come non lo disturbava in questa) incontrò noi consiglieri di prefettura in un pomeriggio assolato di febbraio, in una di quelle ore in cui i prati e gli alberi intorno alle aule non aiutano a concentrarsi sulla lezione di turno.

Quel pomeriggio fu diverso.

Quel pomeriggio il Presidente si presentò (come fa un gentiluomo), ci parlò delle sue idee a proposito del Centro Alti Studi e ci lasciò la parola, per ascoltare le proposte dei “giovani” sulle funzioni che il C.A.S.M.I. avrebbe dovuto svolgere.

Diede spazio e risalto alle proposte di tutti e ci salutò con l’assicurazione che, in ogni caso, la sua porta per noi sarebbe stata sempre aperta.

Fu così.

Per tutti e, certamente, per me.

Due anni di lezioni e tirocini avevano sollecitato più di qualche riflessione e io, tra un capitolo della tesi e una lezione, in quel mese, cercai di raccogliere organicamente osservazioni e proposte in alcuni appunti che andai a sottoporgli.

Il Presidente mi accoglieva con il sorriso malinconico dell’uomo garbato, mi metteva a mio agio con l’affabilità dei buoni amici, allargava le mani per ricevere i miei appunti e immediatamente cominciava la lettura, penna alla mano, dei miei scritti.

Evidenziava, annotava, commentava, terminava la lettura e… cominciavamo il dialogo.

Non ho mai capito se e quali delle mie proposte ritenesse realmente attuabili, non sono mai stato sicuro del fatto che considerasse le mie osservazioni sensate o pertinenti all’ambito di attività del C.A.S.M.I., non ho più saputo se ha letto la copia della tesi che gli ho lasciato il giorno che ho salutato lui e la Scuola.

Leopoldo Falco mi ha dato altre certezze.

Mi ha offerto ascolto, confronto e conforto, indipendentemente dalla mia qualifica.

Mi ha dimostrato che “la carriera prefettizia è unitaria” non sono solo parole(le prime cinque del d.lgs n. 139/2000) e che una legge, solo se applicata con convinzione, è buona oltre che bella.

Mi ha insegnato che l’indispensabile rispetto delle forme, quand’anche accompagnato dalla gentilezza dei modi, non implica l’erosione acritica della sostanza.

Lungi dalla retorica del “tutti buoni, tutti bravi”, mi ha dato saggio di una concezione meritocratica e sostanzialista della carriera prefettizia.

Mi ha parlato del suo impegno associativo fin dagli albori della sua carriera, incoraggiandomi a fare affidamento su pensieri giovani generati da teste canute, piuttosto che su giovani gambe azionate da logiche vecchie.

Mi ha raccontato delle tante avventure in sede, rappresentandomi la complessità e la delicatezza degli orizzonti che mi aspettano.

Mi ha invitato a guardare con fiducia al futuro, senza offrirmi alcuna polizza per gli  incidenti di percorso.

Ma garantendomi che, finché riuscirò a essere utile alla società, quello del funzionario prefettizio sarà un bel lavoro.

Non so se un mese basti a rendere qualcuno discepolo di qualcun altro.

È certo, in ogni caso, che i veri maestri insegnino con i gesti, prima che con le parole.

Si è detto tanto della gentilezza dei modi e ricordare quell’uomo d’altri tempi farà senz’altro bene al cuore.

Ma ricordare la nobiltà dei gesti, quella con la quale ai miei occhi Leopoldo Falco ha reso credibili valori spesso invocati e più spesso obliterati, farà bene anche alla mente.

E al corpo prefettizio.


Michela Signorini

Caro Leo,

non sarei mai voluta tornare a Carano, oggi.

C’eravamo già salutati venerdì, un abbraccio affettuoso, il tuo sorriso dolce e sornione, la promessa di sentirci subito dopo Ferragosto per il nostro piccolo grande progetto…

E poi, te ne sei andato così, in punta di piedi, a tradimento, senza preavviso…

Un vero dolore, incredulo, ingiusto.

D’improvviso, ricordi lontani che, senza soluzione di continuità, affiorano alla mente, scuotono il cuore.

Il primo, tanti, tantissimi anni fa, settembre 1983, eravamo – gruppetto storico ormai affiatato di vice consiglieri di prefettura in prova, “razza” ormai estinta – ospiti nel tuo palazzo per un paio di giorni.

C’erano Domelia, Eugenio, Uccio, Maria Rosaria, Lilli ecc, per studiare, anzi ripetere alla vigilia degli esami.

Figurarsi, sottofondo musicale dei Police, gita in barca a Positano.

Quante risate, quanti sogni…

E poi, inizio di percorsi diversi, sparsi in tutta Italia, tu Pistoia, io Alessandria, ci ritroviamo al Viminale,  iniziativa ‘92,  rinnovamento, cambiamento, speranze, illusioni…

Anche questa volta, a volte, a giro, a casa tua, a Roma, discussioni fino a tarda notte, sempre debitamente… rifocillati.

E poi, ancora insieme, a condividere con la tua bella, grande famiglia, le emozioni del tuo matrimonio, a Carano, il tuo bellissimo giardino, i tavoli tondi, il profumo dei limoni, la luce calda del pomeriggio che volge al tramonto.

E, per una serie di circostanze, ci ritroviamo qualche mese fa, “vicini vicini”, io Presidente… della mia piccola grande commissione territoriale, tu a presiedere il C.A.S.M.I.(che per me sarà sempre la “nostra” S.S.A.I.) e il filo di amicizia e stima con radici lontane, si riannoda, piano piano.

Strada facendo, ci confidiamo, perché ci fidiamo l’uno dell’altra.

Emergono dispiaceri, delusioni, disillusioni, amarezze di quest’ultimo anno che, nel tuo caso, ti hanno portato a scegliere(subire?) altre strade.

Comunque sia, ti sei fatto rispettare, sempre, da tutti, senza bisogno di alzare la voce.

Anzi, proprio pochi giorni fa, a fronte di scelte necessitate, mi hai detto una frase che mi ha colpito molto, segno, ancora una volta, della tua signorilità e della tua nobiltà d’animo, merce assai rara nel contesto attuale: “Sono riuscito a non litigare con nessuno”.

Incredibile ma vero!

Perché, carissimo Leo, sei  una persona perbene.

Ma questo già lo sapevi…

E arriviamo a venerdì 26 luglio.

Un saluto prima delle giornate di riposo, sono con Vincenzo e Pape Kanoutè, viene dal Senegal, interprete storico della commissione territoriale di Roma, ma anche mediatore culturale, grande musicista, cantastorie(griot) e adesso scrittore.

Parliamo dell’ipotesi di un incontro a settembre, per presentare il suo libro, Le vie verso Ard-Al-AgiaebDjigui, che in arabo significa “terra delle meraviglie”, e condividere, ove possibile, un momento formativo, partendo da una testimonianza, anche musicale.

Tu hai detto subito di sì, proviamoci, previo parere istituzionale, sempre attento al rispetto dei ruoli.

D’altra parte, a Trapani, non eri conosciuto, identificato come “il prefetto dell’accoglienza”?

Ti abbiamo dato una copia del libro, hai fatto in tempo a leggere solo la prima pagina e, ricordi?, abbiamo commentato insieme questa frase: “Gli uomini vanno e vengono dall’alba dei tempi, non si sono mai fermati e mai si fermeranno. Dove passano lasciano delle impronte che possono durare nel tempo, o sparire nel nulla.”.

Ovunque tu sia, carissimo Leo, a noi, che siamo rimasti qui, hai lasciato un’impronta nel cuore che, sono certa, durerà per sempre.


Marco Valentini

Ho vissuto l’ultimo saluto a Leopoldo come un funerale capovolto, dove la tristezza e lo stordimento, l’incredulità e l’angoscia, che normalmente fanno da corollario a tali circostanze, in pochi passaggi si sono sciolti per far posto a una sensazione inarrestabile – come un’onda lunga sull’azzurro dell’oceano – di amicizia, di unità, di calore, di affetto, di comunità, che ha coinvolto tutti i presenti.

Così mi è sembrato, questo ho sentito, di certo non è usuale che ciò accada.

Mi sono allora interrogato su quale fosse la ragione di tanta consolazione, di tanto sollievo, pochi attimi dopo il più assoluto smarrimento.

Merito dei tanti ragazzi presenti, ho pensato – a cominciare dai figli di Leopoldo – i cui abbracci, sorrisi, sguardi, davano un corpo fisico, tangibile, alla speranza.

Tuttavia, mi sono presto convinto che fosse prima di tutto merito di Leopoldo stesso, che era lì in mezzo a noi senza bisogno di parlare, presente come non mai, testimone di una vita breve che ha invece lasciato una traccia profonda.

In circostanze come questa, ciascuno arriva alla cerimonia di commiato con una storia personale nel cuore, che assume maggiore significato di altre.

Tutti vorrebbero parlare, forse arrabbiarsi per quello che è accaduto.

Ci si pensa e ci si ripensa: la memoria di un incontro, il ricordo particolare di una circostanza, di uno sguardo, di un gesto.

Ho ascoltato tutti e dato voce al mio cuore.

Ciò che mi ha colpito, fin da quella scioccante telefonata di domenica mattina, che mi ha lasciato attonito, interdetto, è che tutti i pensieri e i ricordi che poi ho condiviso, lunedì, martedì, e ancora nei giorni successivi, alla fine si sono composti, tenendosi insieme.

Quando e perché può succedere – mi sono di nuovo domandato – che si realizzi questo miracolo, questa sorta d’incantesimo, che fa si che si mettano inspiegabilmente a fattor comune molteplici emozioni, vibrazioni accorate e pensieri distanti, sguardi distratti e compassionevoli tremori, in un insieme che produce coerenza e bellezza…

Così come riesce a fare l’artista, dando un significato alle mille tessere di un mosaico che attendono solamente di trovare il loro posto.

Credo che ciò avvenga quando si ha a che fare con uomini veri, portatori umili ma determinati di onestà intellettuale, di verità e lealtà dei comportamenti, di serenità di giudizio, di sincera dedizione all’ascolto e alla comprensione.

In questi casi, il conto torna, il cerchio si chiude, l’unità si compone.

Che Leopoldo fosse tutto questo, che portasse in dote la straordinaria ricchezza delle sue qualità umane, lo sanno bene tutti coloro che l’hanno conosciuto e frequentato.

Ma Leopoldo era, naturalmente, anche molto altro.

Per me, che ho condiviso con lui gli ultimi anni della sua storia professionale, era anche un prefetto dei migliori, di cui essere orgogliosi, che raccoglieva ovunque ammirazione e consenso.

Un servitore dello Stato, tanto per fare un solo esempio, per il quale la lotta alla mafia era una cosa maledettamente seria – non una routinaria complicazione – per cui esporsi senza timore, con atti e fatti concreti, mettendoci il volto e il nome.

Mi ritengo, dunque, fortunato ad avere avuto il tempo di questo incontro, un tempo di cui mi sento debitore, perché soprattutto Leopoldo gli ha saputo dare profondità, superando le impazienze e la dimensione a volte caotica del lavoro di tutti i giorni.

Chissà – mi chiedo – se era antico o moderno il suo garbo, il suo rispetto, la sua gentilezza d’animo prima ancora che di forma.

Me lo chiedo ora, dopo avere scritto con lui un libro sul futuro che arriva, quando insieme ci siamo interrogati sul valore della parola, del ragionamento, della passione civile, mentre ci troviamo completamente immersi in un mondo che stordisce per approssimazione, confonde per narcisismo, smania di potere e disumanizzazione delle relazioni.

Per Leopoldo, per noi, la domanda era retorica.

Se di quel garbo avevamo nostalgia, era chiaro che quella nostalgia avesse un futuro.

Ora che ci penso, non riesco a fare queste considerazioni senza vedere, in flashback, quel sorriso affabile e intelligente che tante volte ha mitigato reazioni ingiuste, sciocchezze del quotidiano.

Quello stesso sorriso che non riusciva nemmeno per scherzo, a trattenere, quando giocavo affettuosamente con il suo nome, per dargli il benvenuto per il nostro caffè della mattina.

Per questo, se Leopoldo fosse in qualche modo raggiungibile, avrei solo una richiesta da fargli.

Non andare via, rimani insieme a noi.

Vedrai che, nonostante i tuoi impegni di adesso, che non oso neppure immaginare, staremo ancora bene insieme.

Io posso dire con orgoglio e riconoscenza di essere stato tuo amico, e dunque ci conto.

Non andare via.