Sedici mesi… a Gomorra

Sedici mesi… a Gomorra

di Giuseppe Marani

Caro Uccio,

la commemorazione di Leopoldo Falco tenutasi il 4 ottobre scorso, oltre a essere decisamente encomiabile, è stata veramente un successo.

Come hai giustamente osservato, è cosa rarissima ottenere – durante qualunque manifestazione al chiuso – un silenzio così attento, partecipe, e nello stesso tempo commosso.

Il giusto omaggio a Leopoldo e un implicito riconoscimento della bontà dell’iniziativa.

In quell’occasione tu hai lanciato un appello: “offriteci contributi per tenere sempre vivo ‘il Commento’”.

Sai che ti stimo e ti apprezzo.

Sai anche che più volte abbiamo avuto occasione di confrontarci e di trovarci su posizioni diverse, se non addirittura antitetiche.

A maggior ragione, nel periodo in cui ho diretto l’Ufficio Relazioni sindacali del Dipartimento per le Politiche del Personale.

Penso però che le voci, e forse soprattutto le voci che a volte (sempre?) sono fuori dal coro, non possano essere lasciate morire, anzi devono essere alimentate, sostenute… magari criticandole dal di dentro.

È vero, sono ormai “a riposo”, ma per le ragioni che ho appena esposto ho ritenuto di inviarti lo scritto che ti allego: un accenno, per sommissimi capi, alla mia prima esperienza di gestione commissariale.

Non l’unica ma, forse, sotto molteplici profili, la più significativa.

Uno scritto privo di intenti analitici o didascalici, men che meno autocelebrativi, come troppo spesso invece mi capita di rilevare.

Spero sia gradito e, soprattutto, gradevole da leggere.

In ogni caso, è il mio “sassolino” alla causa de il commento.

A te decidere se pubblicarlo o meno, magari preceduto da queste poche righe.

Ti abbraccio con l’affetto di sempre.

_______________________________________

Ricordo quel giorno come fosse oggi.

“”Viene sciolto un “comunello” della provincia di Caserta e dobbiamo nominare una Commissione composta da tre dirigenti. Uno sei tu… va bene?””.

Il tono, perentorio come (quasi) sempre non lasciava molto spazio, ma chiesi un po’ di tempo per decidere.

E per capire se il “comunello” fosse realmente tale: San Cipriano d’Aversa, dodicimila abitanti o poco più concentrati in sei Km quadrati di territorio.

Non tra i più grandi della provincia, ma luogo di origine dei Bardellino, degli Iovine, degli Zagaria, insomma, la patria del clan dei Casalesi.

Mentre acquisivo quelle notizie, mi tornò alla mente un brano di Gomorra, il libro di Roberto Saviano che aveva acceso un faro sul clan.

Lo scrittore descrive la capacità del clan dei Casalesi di entrare in affari non soltanto con gruppi criminali, ma con interi eserciti.

E cita la guerra delle Falkland, del 1982, e una telefonata – in arrivo a San Cipriano – intercettata il giorno stesso della fine della guerra:

Pronto?”.

“Sì… ”.

“Qua la guerra è finita, mo’ che dobbiamo fare?”.

“Nun te preoccupa’, un’altra guerra ci sarà… ”.

Insomma, al clan non conveniva svendere e quindi la scelta era quella di attendere un’occasione migliore per vendere le armi.

Così, in nemmeno un quarto d’ora mi trovo “arruolato” e pronto per la mia prima esperienza commissariale.

Compagni di avventura una Prefetto, persona di grandissima intelligenza, preparazione ed esperienza, e un dirigente finanziario di una Prefettura pugliese.

Passano pochi giorni e ci insediamo.

Incombono le elezioni politiche ed è necessario adottare alcuni atti indispensabili per il corretto svolgimento del procedimento elettorale.

È sabato 22 marzo 2008, Sabato Santo, il giorno che precede la Pasqua.

Intorno alle 16 arrivo alla stazione di Aversa, dove mi attende il “comandante facente funzioni” dei Vigili urbani(sette degli altri dieci vigili urbani, tra i quali il comandante, erano inquisiti per associazione mafiosa e sospesi dal servizio), soggetto indescrivibile e all’apparenza… naïf.

Dopo un tragitto interminabile – anche a causa del traffico dovuto agli acquisti della Pasqua – a bordo di una vecchia Fiat Punto, unica vettura a disposizione del Comando VV.UU. e del Comune tout court, arrivo a San Cipriano dove trovo già gli altri due colleghi.

Il cielo è plumbeo, tutto sembra oscuro… e più minaccioso.

Ovviamente, piove.

I colleghi mi avvertono che troverò sotto la casa comunale una troupe di Annozero.

Quando arrivo non ve n’è traccia, evidentemente il silenzio dei miei colleghi li ha convinti a desistere.

L’impatto col Comune non è dei migliori: soffitti e mura scrostate, una generalizzata sensazione di incuria, degrado.

Come si può descrivere un luogo simile?

Le scale sono sporche, dal soffitto pendono croste di intonaco, le pareti sono malmesse, i bagni (il bagno) indescrivibili, nella stanza del sindaco le persianine delle finestre non funzionano, per fortuna i vetri si chiudono e c’è la luce (poca), ma non c’è riscaldamento.

C’è un pc, scombinato, e forse è meglio non usarlo…

La sensazione è che il paese non stia in condizioni migliori.

Scoprirò poi che nulla è come sembra, anzi.

Ad accoglierci, il Comandante della Compagnia Carabinieri di Casal di Principe e il Vice Comandante della Stazione di San Cipriano, che ci fanno un quadro abbastanza preciso – e per nulla incoraggiante – della situazione.

D’altra parte, cosa attendersi?

C’è anche il segretario comunale, insieme ai responsabili dei servizi che hanno predisposto le delibere che dobbiamo adottare d’urgenza perché indispensabili per lo svolgimento della campagna elettorale: costituzione della Commissione elettorale, individuazione degli spazi per le affissioni e così via.

Mal gliene incoglie, la Prefetto individua immediatamente, ictu oculi direi, alcuni errori che costringono i malcapitati a riscrivere parte degli atti e ci attardano.

Per me significherà arrivare alla stazione di Aversa troppo tardi per prendere l’intercity del ritorno.

La sera prima di Pasqua arrivo, dunque, sul piazzale in rifacimento della stazione di Aversa.

Tutto sconnesso, qua e là cataste di mattoni, pozzanghere ovunque perché piove.

Entro in stazione: un bigliettaio, nessun passeggero.

Sdraiato sugli sgabelli della sala d’attesa, chiamiamola così, un barbone, con la pancia di fuori, ubriaco e che russa clamorosamente.

La pancia fa su e giù in perfetta sintonia col suo russare…

Rimango in stazione quasi un’ora e mezzo: non smetterà mai.

Vicinissimi alla biglietteria, invece, sono sdraiati per terra quattro cani randagi, cani lupo e labrador pure di dimensioni ragguardevoli.

Tacciono, il fatto che sia sopraggiunto il sottoscritto non li turba minimamente, evidentemente sono contenti di essere al riparo dalle intemperie.

L’unica soluzione è il regionale delle 21,30, che arriverà a Roma dopo le 23.

Così, dopo una lunga attesa prendo il treno per Roma.

Ormai è Pasqua e il viaggio servirà a vivere in prima persona quello che era (è ancora?) il “pane quotidiano” per i pendolari: porte rotte, bagni inagibili, finestrini che non si chiudono, riscaldamento che non funziona…

Insomma, una vera e propria offesa alla dignità, e al portafogli, di chi tutti i giorni quei treni deve prenderli per necessità.

Fu questo l’inizio di una avventura protrattasi per sedici mesi, prima che il Consiglio di Stato dichiarasse illegittimo lo scioglimento(peraltro, l’Amministrazione comunale sarà nuovamente sciolta, ai sensi dell’art. 143 TUEL, con d.P.R. dell’agosto 2012. Il Sindaco? Lo stesso del 2008…).

Un impegno protratto fino a tutto il mese di luglio del 2009: due bilanci di previsione approvati camminando sul baratro del dissesto; due rendiconti; iniziative assunte soprattutto in materia di risanamento del bilancio comunale, di contrasto all’abusivismo edilizio e di riutilizzo dei beni confiscati; la risoluzione di rapporti con ditte colluse, fra le quali la società incaricata della riscossione dei tributi; innumerevoli gesti e atti il cui unico fine era quello di attestare che lo Stato ha la capacità di agire in maniera imparziale, senza operare distinzione alcuna tra le persone, se non sulla base della legge.

In una parola, ripristinare la legalità.

Un impegno condotto nel pieno dell’emergenza rifiuti, accompagnato da una costante discussione con l’ATO incaricato della raccolta, mentre una banda di assassini unita intorno a Giuseppe Setola(capo dell’ala stragista dei Casalesi, poi condannato a sei ergastoli per l’assassinio di diciotto persone nel Casertano tra l’aprile 2008 e il gennaio 2009) devastava il territorio, macchiandosi di omicidi efferati, e Miriam Makeba moriva a Castelvolturno durante il concerto in memoria dei sei cittadini africani uccisi davanti ad una lavanderia.

Un impegno condotto mentre veniva sancito l’impiego dell’Esercito per rafforzare il controllo del territorio e pazientemente, tenacemente, si andava affermando quello che prese il nome di “modello Caserta”.

Un’esperienza talmente ricca dal punto di vista umano e professionale che, indubbiamente, la mia stessa vita ne rimase cambiata.

Tanto da indurmi ad affrontarne altre, di simili “avventure”.

Dal punto di vista umano, perché toccai con mano realtà che non possono essere comprese (almeno in parte) se non vivendole quotidianamente.

Dal punto di vista professionale, in quanto si acquisiscono competenze nuove e diverse, si è chiamati al confronto con situazioni e problematiche complesse, a volte – troppo spesso – non risolvibili con strumenti ordinari.

Soprattutto, diviene possibile comprendere quali e quanti problemi gli amministratori locali siano costretti ad affrontare giorno dopo giorno tra mille ristrettezze e con l’onere di dover compiere scelte dolorose perché le risorse a disposizione non sono sufficienti per soddisfare tutti i bisogni dei propri concittadini.

Un arricchimento professionale, anche perché, pur (forse soprattutto) in contesti dove le cause di malessere sono numerose e il disagio sociale fortissimo, diviene evidente che la fermezza garbata, la capacità di ascolto libera da pregiudizi, l’imparzialità e la stretta osservanza della legge e delle regole, la passione per il proprio lavoro(che viene immediatamente colta dagli interlocutori, quando è vera), generano rispetto, se non condivisione.

Il tutto, è bene chiarirlo una volta per tutte, in contesti nei quali l’interlocutore(il Commissario straordinario o, nel nostro caso, la Commissione) viene soppesato sin dal primo momento e immediatamente “catalogato”.

Un arricchimento professionale per chi, come me, provenendo da uffici ministeriali, mette al servizio della collettività che è chiamato ad amministrare un’esperienza totalmente diversa da quella che vivono i colleghi delle prefetture, ma non meno importante, come avrò modo di verificare in quei sedici mesi e nelle altre gestioni che seguiranno.

Insomma, le gestioni straordinarie – quelle che si protraggono per molti mesi – sono una vera “trincea” e, se obbligano a misurarsi con i problemi della vita quotidiana di una collettività, soprattutto consentono, ma vorrei dire, costringono, a misurarsi con se stessi.

C’è qualcosa di più affascinante e, nello stesso tempo, di più formativo?