Senso della misura

Senso della misura

di Antonio Corona

Sconfortante.

Ciò che più colpisce, è la mancanza di una visione comune e condivisa (almeno) delle e sulle questioni fondamentali di questo Paese.

Ci si accapiglia e ci si azzuffa su e per ogni cosa.

Conseguenza, probabilmente, della scomparsa di un centro capace veramente di assorbire e mitigare nel suo seno le spinte prodotte dalle estreme di ogni dove, rielaborandole e orientandole verso contenuti unitari.

Estreme che reclamano invece la ribalta in un sistema politico fortemente polarizzato.

Se per un giorno o per una intera legislatura; se per benevola coincidenza di fattori; se quale esito di oculata azione politica, chiunque si trovi a governare sembra quasi trarre soddisfazione dal contraddire, ove possibile, azzerare, le iniziative assunte da chi, talvolta persino di schieramento similare(!), l’abbia preceduto.

Una eterna tela di Penelope, dunque.

Tutti, a turno, a fare o a disfare.

Ci si stupisce allora di come ci si possa stupire di una ultra-millenaria Venezia (ancora), nel 2019, completamente in balìa del mare.

“Mangiatoia” a parte, vero cancro di questa nostra pur splendida Italia, avverso al MOSE, che si ricordi, è stata da sempre promossa e mossa con accenti diversi una inaudita crociata, che ha contribuito non poco a rallentarne la realizzazione.

Benché, vale rammentare, quel marchingegno abbia superato già da una eternità gli infiniti esami degli organi tecnici formalmente preposti e la sua reale efficacia sul campo possa essere valutata soltanto con l’entrata in funzione.

Come d’altra parte sorprendersi se, lo stesso, con le debite proporzioni e differenze, avvenga per gli appelli alla vaccinazione lanciati dalle autorità sanitarie, da non pochi contestati e disattesi sulla base di ciò che sull’argomento viene raccattato su internet o filtrato dal passaparola.

Non aiutano certo mass media ansiogeni, all’eterna ricerca del titolone da prima pagina, che se anche non c’è va comunque confezionato.

Parole come allarme – sostantivazione della locuzione all’arme, comando militare(!!) – paura, emergenza, terrore, sono utilizzate con una leggerezza che neanche per l’assunzione di una mentina per l’alito, potendo altresì finire con il condizionare pure quanti, da tempo immemorabile, adusi a convivere con determinati eventi e situazioni.

A iniziare proprio dai veneziani che, acqua alta da record e ingenti danni nella circostanza a parte, sono sembrati i primi a rimanere sorpresi del clamore suscitato da un fenomeno a suo modo ordinario.

Mentre si scrive, ennesimo meteo in onda.

La pausa fisiologica tra due perturbazioni – “uhm…, perturbazioni, neppure si fosse in pieno autunno inoltrato…” – viene seraficamente presentata come tregua, in tal guisa evocando un qualche conflitto in atto.

Beninteso, violenza delle precipitazioni e condizioni in cui versa il territorio non inducono a manifestazioni di sfrenati giubilo e ottimismo.

Ma occorrerebbe sempre una buona dose di misura, salvo rischiare di finire a chi la spara più grossa.

Su pressoché ogni pioggia che arrivi si scatena una attesa messianica, da mezzanotte dell’anno mille o, per stare a epoche prossime, da millenium bug, con strutture, previste per le sole, vere emergenze, che si pretenderebbe perennemente in azione.

All’insegna del… non si sa mai

Interessante in proposito il raffronto, segno dei tempi, tra gli artt. 14 della l. n. 225/1992(Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile) e 9 del d.lgs n. 1/2018(Codice della protezione civile), in tema di competenze del prefetto in protezione civile.

Il prefetto:

  • nel primo, “(…) Al verificarsi di uno degli eventi calamitosi di cui alle lettere b) e c) del comma 1 dell’articolo 2 (…)”, ecc.;
  • nel secondo, “In occasione degli eventi emergenziali di cui all’articolo 7, comma 1, lettere b) e c), ovvero nella loro imminenza o nel caso in cui il verificarsi di tali eventi sia preannunciato con le modalità di cui all’articolo 2, comma 4, lettera a), il Prefetto, nel limite della propria competenza territoriale (…)”, e così via.

Todo claro?

Ora.

Passi per i fenomeni annunciabili dalle previsioni meteo, sebbene il medesimo Capo del Dipartimento della protezione civile, massima autorità in materia, abbia anche di recente tenuto a ribadire come, con gli attuali mezzi a disposizione, non si sia in grado di prevedere con esattezza gli effetti al suolo degli eventi meteorologici.

Rimane da capire come però si possa intuire l’imminenza di eventi di altra, indeterminata natura…

Ma, in fondo, sono soltanto dettagli.

Per fortuna, per approfondire e schiarirsi le idee, potrà giovare tutto il tempo di un eventuale rinvio a giudizio e correlato seguito in quelle aule.

Oggigiorno si tende a vivere assai più di percezione, che di fatti.

Si sta progressivamente transitando dal ciò che è al ciò che si ritiene.

Cosicché, in finale, vale tutto, ognuno ha una verità confezionata a proprio uso e consumo.

I reati sono diminuiti?

Embè?

Punto.

Comprensibile soddisfazione ha accolto la decisione del Ministro dell’Interno di destinare a Roma un ulteriore, significativo contingente di Forze di polizia: cinquecentoagenticinquecento entro il 2020, accompagnati da un piano di iniziative commisurate alle peculiarità dei singoli quartieri.

Soddisfazione, la suddetta, che sarebbe piuttosto preferibile riservare al momento in cui le Forze di polizia, in quota apprezzabile, venissero invece ritirate perché non più necessarie.

Le Forze di polizia paiono infatti somigliare tanto ai globuli bianchi.

Se e finché il corpo sia sano, sono relativamente pochi, sono lì, si limitano a vigilare.

Viceversa, aumentano, si concentrano, agiscono in corso di malattia.

Più egri si è, più i globuli bianchi occorrono, accorrono, soccorrono.

Fisiologico, l’intervento delle Forze di polizia, se necessitato da esigenze contingenti e, soprattutto, temporanee.

Foriero, altrimenti, di un mare di guai.

… mare?

Ops!