Coltelli e pandemia. Il virus dell’Isis

Coltelli e pandemia. Il virus dell’Isis

Di Maurizio Guaitoli

Terrorismo… pandemico?

Questo è, perlomeno, quello che ci vorrebbe far credere, come sua massima aspirazione, il successore di Al-Baghdadi, dopo l’attacco a Vienna di un lupo solitario, del cui scenario rimangono ancora oscuri i contorni, le complicità e le basi logistiche dei terroristi. Nondimeno, un’analisi va condotta, astraendosi dal contesto del singolo attacco.

Chi sono i terroristi? Foreign fighters di ritorno che hanno militato sotto le bandiere dell’Isis e di Al-Qaeda al tempo dello Stato Islamico e del califfato di Al-Bagdadi? O teste calde, atomizzate e camaleontiche, una sorta di silent agent dell’islamismo radicale globale, fanatici neo-convertiti residenti in Europa, o importati dal Maghreb, dall’Iraq, dalla Siria e dalla Libia, attraverso gli sbarchi illegali che hanno raggiunto in questi anni le coste mediterranee e italiane, in particolare?

La risposta più banale è che, in fondo, “tutto fa brodo”: l’importante è dare al mondo la percezione che l’embrione, il germe(il famoso virioma del Coronavirus!) dell’Islam radicale resista e continui a vivere sotto traccia, malgrado non abbia più uno Stato

Di sicuro, resta che la maggior parte di costoro è pronta a colpire in ogni dove, spesso mimetizzata nelle comunità musulmane presenti in diverse metropoli e Stati europei.

Quali e quante sono le Centrali, ovvero i corpi organizzati che hanno una strategia condensata in obiettivi da colpire, finanziamenti, logistica e reti di miliziani e fiancheggiatori in grado di realizzare gli attacchi pianificati? E dietro a tutti costoro esiste o no un Burattinaio che li arma e ne finanzia i campi di addestramento da qualche parte nelle aree più violente, in Yemen, in Siria, in Nigeria, dove la ribellione e le milizie integraliste combattono in armi contro i regimi secolari?

Qui la risposta è invece molto più complessa, essendo un lavoro da specialisti soprattutto in un momento come questo, dove il Medio Oriente e gli Stati del Golfo si stanno ri-orientando, per una diversa e decisamente antiradicale politica nei confronti dello Stato ebraico.

Ciò che piuttosto ci deve più impressionare, sono gli attacchi con i coltelli, armi disponibili in tutte le abitazioni del mondo. Lì, oltre al disprezzo per la vita altrui e della propria, il segno distintivo è dato da un concentrato di odio fuori misura. La mano del ceceno, dell’afghano, del tunisino che affondano il coltello nel collo delle vittime, menando terribili fendenti che ne provocano la decapitazione, è, chiaramente, uno strumento per la purificazione nel sangue dell’offesa al Dio unico, assolutamente indipendente dall’etnia. Tagliare la testa è un atto profondamente simbolico: perché nella testa ha agito il pensiero blasfemo e risiede la lingua del bestemmiatore che lo ha pronunciato.

La cosa impressionante, in tal senso, per chi crede nella Dea Ragione, è la rimozione delle membrane che separano le varie aree del Se, per cui tutti i cristiani vengono identificati con il nemico che bestemmia e come tali punibili in modo indifferenziato con la decapitazione a fil di spada. La cosa davvero interessante è il passaggio dall’AK-47 (il famoso Kalashnikov dei terroristi islamici, utilizzato appena ieri dal lone wolf di Vienna) all’arma corta da taglio, dove stavolta il corpo della vittima lo si tocca materialmente, se ne vede lo sguardo terrorizzato, ci si bagna il polso con il suo sangue che esce a fiotti e si riversa un po’ ovunque intorno al carnefice. Ma, chi colpisce, non si sente un sicario ma il vendicatore, il giustiziere, il prediletto da Dio. Forse, anzi, quasi certamente, lo stesso sentimento che provarono i cavalieri francesi che conquistarono Gerusalemme e che, per questo, avevano le caviglie immerse nel sangue dei propri compagni e in quello dei maomettani che avevano difeso la città sacra. Mentre l’Occidente, con le sue carneficine millenarie tra europei e cristiani di vario genere, ha completamente consumato quella forza primordiale della fede, attraverso la sublimazione del Dio unico comune, della tolleranza e convivenza religiosa, grazie a un’attenta e millenaria elaborazione della dottrina, nel mondo musulmano viceversa non si è mai assistito a una simile evoluzione simmetrica. Anche laddove le città cosmopolite dei califfi instaurarono di fatto la tolleranza verso le altre religioni, lo fecero su una base di sussidiarietà, negando qualsiasi tipo di riconoscimento egalitario della pari dignità della pratica e del credo religioso che non facessero riferimento al Corano.

Da alcuni decenni, in particolare dalla rivoluzione khomeinista in poi e dagli interventi di russi e occidentali in Afghanistan, è accaduto un fatto di rilevanza eccezionale: la riscoperta dell’interpretazione letterale delle sure coraniche e dei principî maomettani che fanno coincidere Stato e Chiesa sotto l’unica legge della sharia, trattando da infedeli (e quindi, da convertire o da passare per la spada) tutti coloro che non si riconoscono nell’Umma, o comunità musulmana mondiale. In particolare, deve essere annientata qualsiasi orma di non credente che calpesti il sacro territorio del dar al-islam, ovvero “la casa dell’Islam”, che coincide con lo spazio territoriale e politico soggetto alla legge islamica e abitato dalla Umma, o comunità dei credenti, entro il quale è vietato condurre guerre. E questo ben spiega le ondate di terroristi suicidi che hanno devastato l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, dove i sacrileghi eserciti occidentali avevano osato mettere piede in armi. Il fondamentalismo integralista ha preso alla lettera il principio opposto di dar al-harb(la “casa della guerra”), ossia il territorio extra-islamico nel quale è lecito e doveroso condurre il jihad.

Qui da noi in Europa, le carceri rappresentano uno dei serbatoi privilegiati di reclutamento: il delinquente musulmano si redime e purifica riscoprendo la sua identità di fedele attraverso il ritorno all’Islam delle origini, contro quella società empia e corrotta che, con la sua mancanza di luce, lo ha condotto al peccato. I jihadisti si mimetizzano, bevono, vanno a donne, imitano tutti i costumi corrotti degli infedeli, autorizzati in questo dallo stesso precetto islamico che li abilita a colpire nell’ombra pur di compiere la loro missione purificatrice. Conclusione: come sempre, la vera guerra sta nelle menti e negli spiriti. È lì che occorre tornare a guardare!

E la Francia che fa, tra Jihad e Voltaire?

Gioca con l’Islamofobia, che rappresenta una sorta di Cavallo di Troia a vantaggio dei fondamentalisti islamici per distruggere dall’interno il nemico crociato(v. l’ultima pronuncia del sultano turco, Recep Tayyip Erdoğan ). E tutto ciò grazie all’affermazione e alla implementazione in molti luoghi e quartieri urbani della Francia, del Belgio, della Germania e parzialmente dell’Italia, di un doppio Stato, l’uno adiacente all’altro, che si ignorano ed evitano di interagire tra di loro, impossibilitati al mutuo riconoscimento per l’assoluta incompatibilità dei valori cui si ispirano.

Il primo, governato di fatto dalla Sharia; l’altro, che fa riferimento al secolo dei Lumi, a Rousseau e Voltaire e aspira laicamente alla tolleranza religiosa. In Francia, lo Stato ha da tempo rinunciato, per pavidità e opportunismo, a far rispettare quei valori fondanti a una sua consistente minoranza di cittadini magrebini, immigrati di religione musulmana, e ai loro figli turbolenti di seconda e terza generazione. Costoro, noti come beurs, hanno riscoperto l’Islam radicale e politico in forma virulenta, rivendicativa e identitaria. Le stesse forze dell’ordine francesi si tengono a debita distanza da quei loro isolati demuniti, che ribollono di rabbia, delinquenza marginale e disoccupazione, afflitti come sono da allarmanti abbandoni scolatici e dai traffici illeciti di ogni tipo. Grandi isolati urbani sciatti, squallidi e mostruosamente alienanti nelle loro orripilanti architetture da Hlm(Habitation à loyer modéré, o case popolari), privi di servizi e di punti qualificanti di aggregazione che non siano ballatoi comuni, piazzette male illuminate, giardini incolti e disseminati di spazzatura.

Moderne Suburre, queste pompose ville nouvelles si blindano in un odio irriducibile e sordo verso i valori sacri della vituperata patria francese, come liberté-fraternité-egalité, in cui la misoginia è la regola e la guerra per bande giovanili fa vittime silenziose in famiglie sempre più spesso monoparentali e inaccudenti, devastate dalla crisi economica. Su questo terreno fertile del discontento della violenza giovanile, calano i due demoni della predicazione islamica incendiaria e della geopolitica, terreno storico di scontro tra le due più grandi e popolose religioni del Libro. L’Islam radicale penetra grazie alle molte falle esistenti nella diga della difesa a oltranza dei valori della democrazia, come farebbe un virus sfruttando i punti deboli delle difese immunitarie di un organismo complesso. E sono gli stessi istituti democratici della tolleranza, del multiculturalismo e dei diritti di cittadinanza, come quelli delle libertà di espressione, di associazione e della scelta religiosa, ad avere permesso, al pari della proteina spike del Coronavirus, l’infezione dilagante in Europa dell’Islam politico e fondamentalista. Il suo naturale bersaglio è rappresentato dalla moltitudine delle consistenti minoranze musulmane residenti, aggredite prima dal waabismo fondamentalista saudita(colpevole di aver investito un fiume di miliardi di dollari per il finanziamento massivo delle madrasse e delle scuole islamiche in giro per il mondo), poi, dal fondamentalismo dell’Isis e dei Fratelli Musulmani alla cui dottrina sono stati formati all’estero(Turchia, in particolare!) parecchie centinaia di Imam, poi paracadutati in massa qui da noi per gestire i centri islamici, ufficiali o semiclandestini, in Francia e negli altri Paesi europei, che rappresentano una vera fucina di fanatismo e di destabilizzante antioccidentalismo.

Ma, forse, la più stupida delle libertà democratiche, difesa a spada tratta dal politically correct macroniano e dalle élite occidentali in generale, è quella di blasfemia, in quanto inutile insulto al sacro e all’inviolabile nei sentimenti religiosi di un miliardo e mezzo di fedeli, nel caso che ha dato origine alla nuova ondata di terrorismo fondamentalista in Francia. Storicamente, infatti, le guerre di religione hanno mietuto molte più vittime di quelle di conquista ed è bene trarre utili lezioni dal passato, tenendo rigorosamente fuori dalla satira Dio e i suoi Profeti. Non c’è nulla di meglio, per far risorgere demoni sopiti e sconfitti come l’Isis e Al Qaeda, che agitare dinnanzi all’opinione pubblica mondiale musulmana il drappo rosso dell’insulto iconoclastico a Maometto e all’Islam. Mettiamocelo, quindi, da soli quel bavaglio, noi democratici occidentali, continuando contestualmente a chiedere con la massima forza e decisione il mutuo rispetto dei nostri valori inalienabili. Dobbiamo però noi stessi accentuare la separazione tra Stato e Chiesa, se vogliamo davvero obbligare gli altri credenti a rispettare e aderire ai valori e agli istituti dello Stato laico e democratico. Inutile stigmatizzare l’Hijab(velo leggero islamico indossato dalle donne musulmane), quando non pochi cittadini cattolici ostentano in pubblico crocefissi d’oro e rosari esposti come teste d’aglio contro la iella.

Non è vero che il Coronavirus sia un nemico invisibile: dopo gli asintomatici ci sono sintomatici, malati e rianimati. Come non è vero che l’Islam sia il nemico mortale delle nostre società laiche. La verità è che il problema è divenuto intrattabile perché noi, a differenza dei regimi fondamentalisti, non siamo stati in grado, presi intrappola dalle nostre Costituzioni, di dire e fare quello che gli Stati arabi impongono agli ospiti cristiani di rispettare: levarsi le scarpe se si vuole entrare in una moschea e, per le donne, indossare il velo e non dare scandalo in pubblico evitando di indossare in strada costumi discinti.

Sta a noi dire: io non ti discrimino per la religione che professi, garantendoti pari opportunità e condizioni di una vita pacifica e dignitosa.

Ma tu, in compenso, accetti le mie regole, i miei codici civili e penali che un Parlamento democratico ha votato; mandi i tuoi figli a scuola; paghi il dovuto di tasse e rispetti l’ordine e la scurezza pubblica.

Altrimenti, verrai sanzionato alla stregua di chiunque altro e non ti sarà consentito, anche con la forza se necessario, di vivere e imporre le tue regole come se tu fossi uno Stato nello Stato. Patti chiari…