Le prefetture ai tempi del coronavirus Dietro l’angolo?…

Le prefetture ai tempi del coronavirus Dietro l’angolo?…

di Antonio Corona*

Posti di funzione, graduazione, rinnovo contrattuale.

Temi, tra quelli alla attenzione, che stanno tenendo comprensibilmente banco per le loro significative ricadute sulla vita, professionale e non, di ciascuno.

Non altrettanto interesse, forse come a esorcizzarle, sembrano viceversa suscitare talune problematiche che, pure, sin dai primi mesi dell’imminente prossimo anno, potranno investire con nuova o rinnovata intensità gli uffici centrali e periferici del Viminale.

Considerata la corrente congiuntura, il tasso di occupazione – o al contrario, se si preferisca, di disoccupazione – seppure non induca a irrefrenabili manifestazioni di giubilo, tutto sommato si mostra neanche così sconfortante.

Il dato, tuttavia, appare ascrivibile non tanto alla (sola) resilienza del sistema produttivo.

Quanto, piuttosto, agli interventi di sostegno varati dal Governo, a iniziare da blocco dei licenziamenti e massiccio ricorso alla cassa integrazione guadagni nelle sue diverse declinazioni.

Quale, dunque, la situazione reale sottostante? Quale quella (prefigurabile) nel momento in cui siffatte misure dovranno inevitabilmente venire meno? Quali gli ipotizzabili scenari?

Paiono purtroppo non particolarmente di utile ausilio, in proposito, raffronti con la crisi cominciata ad avvitarsi nel 2008, in quanto originata da circostanze di carattere eminentemente finanziare, fronteggiate con strumenti, ben noti alla letteratura di settore, di analoga natura.

Stavolta, invece, risulta per nulla agevole stabilire cosa stia effettivamente avvenendo e ciò che potrà derivarne, se sia o meno in itinere un incisivo mutamento tale da scuotere gli stessi fondamenti della società quale conosciuta finora.

A tal fine, occorrerà probabilmente attendere il completo deposito al suolo della polvere sollevata dal passaggio di questo devastante uragano sospinto dal silenzioso, quanto inesorabile incedere di un esserino dalle infinitesimali dimensioni.

Logico ovviamente confidare nelle Istituzioni preposte, nella loro (richiesta, dai cittadini) capacità di analisi, comprensione, gestione della situazione.

Situazione che per certi versi richiama alla mente quella che ha accompagnato il processo di profonda trasformazione della ex-Jugoslavia sin dall’indomani della scomparsa di Josip Broz Tito.

Come ebbe acutamente qualcuno a osservare allora, il regime instaurato dal Maresciallo aveva “ibernato” le pulsioni di un’area geografica complessa e tradizionalmente turbolenta, non ultimo per la disomogeneità etnico-culturale-religiosa delle popolazioni ivi insistenti.

Pulsioni poi esplose, negli anni ‘90 del secolo scorso, con inusitati fragore e conflittualità.

Un copione, si rammenterà, successivamente ripropostosi in conseguenza delle c.dd. primavere arabe, in particolare in Libia, a seguito della eliminazione di Mu‘ammar Gheddafi.

Per tornare a questi giorni, sembra cioè non potersi escludere che eventuali tensioni, in atto “cloroformizzate” e tenute sotto traccia dalle misure governative, possano d’un tratto emergere e divampare vigorosamente, con modalità non prevedibili, innescando una serie di sommovimenti di non trascurabile entità nella comunità (anche) nazionale.

Una “società” che, per quanto dianzi accennato, potrebbe tra l’altro presentarsi con connotati assai originali rispetto a quelli ante-Covid-19.

Suggestione di non poco conto, che ove riscontrata nei fatti, comporterebbe – similarmente a quanto accaduto per le misure di contrasto alla inedita forma virale – la necessità di disporre di tempo per la corretta individuazione di mirati ed efficaci interventi, in grado di corrispondere alle esigenze di un tessuto socio-economico che, appunto, si connotasse per i tratti di assoluta novità.

Tempo per mettere “a fuoco”, e quindi “a terra”, soluzioni efficaci.

Tempo nel cui mentre potrebbero accusarsi pesantissime ricadute sulla stessa coesione sociale, con tutto ciò che ne possa conseguire.

Tempo per dare una risposta a un dilemma che sembrava definitivamente consegnato agli annali della memoria storica e che, ridotto ai termini essenziali, suona all’incirca: mercatismo o collettivismo?

Ovvero, in via mediana, maggiormente aderente agli agglomerati sotto queste latitudini: per ristabilire un accettabile equilibrio e lenire le diseguaglianze, quanta parte al mercato e quanta invece alla mano pubblica?

Prua orientata prevalentemente verso Occidente o verso Oriente?

Soprattutto: si disporrà, di questo… tempo?

Interrogativi amplificabili dal possibile incrocio con altre questioni significativamente avvertite.

Come quella d’appresso.

Audace il solo potere pensare di svolgere, ora, una pertinente valutazione sulle novelle, in materia di immigrazione, all’esame del Parlamento.

Un tema, questo, delicatissimo e che imporrebbe di essere maneggiato con estrema accortezza.

Ma, al contempo, terreno purtroppo di inesauribile scontro politico, in cui slogan e tweet sembrano sovente farla da padroni.

Come rilevato in precedenti occasioni su queste stesse colonne, è un fatto che non si rinvenga in proposito una idea condivisa tra gli schieramenti.

Risultato?

A cambio di maggioranza, corrisponde non di rado una analoga inversione di indirizzo e modalità di gestione.

Eppure dovrebbe essere assodato che una qualsiasi organizzazione complessa, quale certamente quella della Amministrazione dell’Interno è, non sia come un computer che basti attaccare alla presa, accendere, scegliere il programma, dare i comandi e via.

Ha bisogno di tempotempo, ancora – per recepire, metabolizzare le novità e convertirle in confacenti output.

Non sta qui stabilire il tipo di sistema di conduzione preferibile in tema di immigrazione.

V’è nondimeno che – al netto di alcune iniziative di segno più ampio che, pure, qualche risultato lo hanno ottenuto – nel corso degli anni ci si sia prevalentemente occupati dei sintomi del fenomeno, del colpo di tosse piuttosto che della polmonite.

Fenomeno, checché se ne dica, che continuerà a riproporsi con profili emergenziali finché non si sarà in grado di gestire, non gli “arrivi”: le “partenze”.

Partenze orchestrate solitamente da trafficanti senza scrupolo di esseri umani, abilissimi nello sfruttare a proprio favore gli spazi offerti da normative nazionali e internazionali e divisioni dei Paesi di destinazione.

Ci si ferma qui.

Senza stare a considerare anche le continue violazioni dei confini terrestri, rimane peraltro ciò che intanto non può lasciare indifferenti.

Già adesso, a novembre, alle soglie dell’inverno, quando cioè le condizioni meteo sono maggiormente avverse agli attraversamenti via mare, più d’una prefettura sta segnalando di non essere in condizione di ospitare nemmeno un solo ulteriore migrante.

I CC.A.S.(Centri Accoglienza Straordinaria) – che da straordinario, come vorrebbe la legge, sono assurti piuttosto a strumento ordinario di accoglienza – in non pochi casi registrano l’overbooking.

A novembre…

E tra qualche mese appena, con la ripresa della bella stagione?…

Nuclei familiari o riscontrati “positivi” tra gli ospitati incidono senz’altro sulla capacità ricettiva potenziale delle suddette strutture.

Nondimeno, la situazione è questa.

L’auspicio è che le modifiche in via di definizione non aggravino vieppiù, ma anzi snelliscano le procedure per il riconoscimento o meno del titolo a permanere sul territorio nazionale.

Poiché è lapalissiano che i CC.A.S. – per inciso, sempre maggiormente difficili da reperire – possano rispondere alle aspettative se funzioni il turn-over: tanti entrano, tanti escono; tanti escono, tanti entrano.

Se poi nessuno esca…

Epperò.

Chi abbia diritto a rimanere nel Paese, ma non più nel C.A.S., che fine fa?

Continua a essere questa una delle obiezioni maggiori alle disposizioni varate all’epoca della precedente maggioranza, riguardo alle schiere di migranti resisi da un momento all’altro “invisibili”, in conseguenza della loro uscita dalle strutture, ma non dalle frontiere dello Stato, e, quindi, di improbo monitoraggio, non ultimo a fini di sicurezza.

Poiché un’altra questione, enorme, è rappresentata dalla difficoltà dei rimpatri dei non aventi diritto nei Paesi di provenienza.

Si vedrà.

Come anche relativamente agli esiti della revisione in corso del capitolato d’appalto, approvato con d.m. 20 novembre 2018, afferente ai servizi aggiuntivi – corsi di lingua italiana, assistenza psicologica/altro – a quelli attualmente assicurati ai migranti.

A siffatto scopo, è stato recentissimamente stipulato, esattamente il 16 novembre u.s., un apposito Accordo di collaborazione istituzionale tra l’Autorità nazionale Anticorruzione e Ministero dell’Interno.

Magnifico.

Con siffatte premesse, si è persuasi che il nuovo capitolato sarà redatto nel migliore dei modi.

Purché, sia permesso soggiungere, di agevole esecuzione, uniforme sull’intero territorio nazionale.

Seppure in astratto idea di buon senso, eventuali linee-guida, che pongano in capo alle prefetture il compito di adattare il capitolato alle singole realtà, colliderebbero tuttavia con la effettività di uffici spesso privi di dirigente e in via di desertificazione in ragione del pensionamento di importanti aliquote di personale.

E poi: maggiore discrezionalità, maggiore opinabilità.

Per dirla in soldoni.

Un bando di gara, e quanto ne derivi, non può tramutarsi in un periodico supplizio.

Nell’angoscia, benché in perfetta buona fede, di potere in seguito incappare in un avviso di garanzia o in un procedimento innanzi agli Organi di controllo contabile per una interpretazione non condivisa.

Di colleghi, a torto o a ragione, nei guai, ce ne sono già finiti abbastanza.

“Caricare” inoltre gli uffici di incombenze evitabili, che possano oltremodo gravare sul già precario adempimento delle mansioni quotidiane, non contribuirebbe certo a garantire un servizio all’altezza.

A reclamare sburocratizzazione e semplificazione sono per primi coloro che le norme devono applicarle.

Beninteso, le regole servono, eccome se servono.

E vanno rispettate. Punto.

Non devono però condurre in dedali tortuosi, prestarsi alle esplicazioni più varie, perché a scapito della efficienza ed efficacia dell’azione e della stessa giustizia, penale, amministrativa, contabile che sia.

Concludendo?

Che non si disveli, il predetto, uno di quei casi in cui le disposizioni impartite, pregevoli in linea teorica, non lo siano parimenti risultate in sede di concreta attuazione, per la mancanza delle occorrenti condizioni.

Preoccupazione esagerata?

Meglio.

Comunque, intelligenti pauca.

Buon 2021?

*Presidente di AP-Associazione Prefettizi