Appunti di un quindicenne per il millennio che verrà*

Appunti di un quindicenne per il millennio che verrà*

di Mariano Scapolatello

Questo 1999 è stato l’anno più straordinario della mia vita.

Al ginnasio ho trovato ragazzi molto più simili a me per interessi, gusti, hobby

Certo, lo studio è impegnativo e, per la prima volta, avverto un senso di angoscia quando temo di non riuscire a finire i compiti e vado in ansia per ogni nuova prova che mi aspetta in classe.

Ma forse si tratta di stati emotivi legati a questi primi due anni o, al più, al liceo…

Ma sì, certamente, fatta l’abitudine, all’università e sul lavoro sarò molto più rilassato!

Comunque, il punto è che mi è così tanto cambiata la vita, in un solo anno, che non oso immaginare cosa succederà nel nuovo millennio.

In un solo anno, ho fatto decine di nuove amicizie, ne ho sfaldate altre, in alcuni casi in soli pochi mesi a grandi distacchi sono seguiti grandi riavvicinamenti!

Che vita sociale, ragazzi… e pensare che l’anno scorso il sabato sera stavo con i miei!

In un solo anno, ho scoperto dieci ideologie politiche e, ogni volta, mi sono convinto dell’assoluta verità di ciascuna delle dieci, salvo cambiare idea alla nuova scoperta.

Merito degli studenti più grandi; alle assemblee di istituto ce ne sono alcuni così brillanti, così appassionati, così sicuri nei discorsi in pubblico!

Mi caricano di una tale voglia di cambiare il mondo, che si stanno modificando anche le mie proiezioni per il futuro… piuttosto che l’archeologo, forse dovrò scegliermi un mestiere che mi porti a contatto con la gente, magari con le istituzioni, boh!, vedremo…

Tornando alle assemblee, c’è poi la seconda parte: spuntano sempre due-tre chitarre e… come spiegarlo a parole?

Meglio spiegare l’effetto: butto un occhio una volta, provo un accordo un’altra, seguo la dritta di uno, rubo il trucco di un altro… risultato: quest’anno ho imparato pure a strimpellare.

Infine, la fase 3 di ogni assemblea.

Non essendo previste lezioni ed essendo ancora lontana la corsa delle 14 dell’autobus per casa, Domenico e io facciamo le prove generali.

Le cose stanno così.

Abbiamo due compagne di classe, naturalmente entrambe fidanzate, naturalmente entrambe con ragazzi più grandi, naturalmente entrambi con la moto.

Ora.

Io e Domenico sempre con l’autobus delle 14 stiamo e non abbiamo una speranza – UNA -, ma il fatto è che le ragazze sono così carine di aspetto e di spirito, che ci consentono di passeggiare insieme per qualche ora e a noi va benissimo così!

In un solo anno, sono stato per la prima volta in discoteca (e – vista la scioltezza da cassapanca in mogano – mi sa che ci dovrò tornare più e più volte per fare pratica) e al mio primo concerto: Miss Mondo Tour!(Liga, se provi a cambiare stile, giuro che non ti seguo più).

Mi chiedo se, d’ora in poi, tutti gli anni per me saranno così densi, così ricchi, così carichi di novità, così unici, così irripetibili, così freschi, così sorprendenti, così entusiasmanti.

E temo di no.

Mi chiedo se in tutti gli anni a venire avrò la testa, l’incoscienza e l’energia per apprendere, sperimentare e praticare sempre cose nuove, sempre diverse.

E temo di no.

Mi chiedo se tutti gli anni del futuro mi offriranno le stesse occasioni, le stesse condizioni, le stesse congiunture di quest’anno incredibile.

E temo di no.

Mi chiedo se tutti gli anni della storia umana siano stati e saranno il 1999 di qualcun altro, che esattamente in quell’anno è arrivato pronto al trampolino per tuffarsi nella vita.

E credo di sì.

E allora.

Se – Dio non voglia – un giorno lontano, un qualche evento apocalittico di proporzioni epocali e planetarie dovesse cambiare i programmi dell’umanità; se quel giorno fossi già adulto; se quel giorno fosse il 1999 di qualcuno, lo compatirei profondissimamente.

Se quel giorno, lungo più di un anno, i giovani:

  • non potessero entrare nelle aule, luogo non solo di apprendimento, ma anche di scambio umano e di perequazione sociale;
  • fossero costretti a restare in casa, soggetti non solo alla protezione amorosa dei genitori, ma anche all’incomunicabilità e, talvolta, alla violenza domestica;
  • non potessero incontrarsi in luoghi pubblici o aperti al pubblico, che non sono solo sedi di assembramenti ludici, ma anche cantieri di costruzione della personalità;
  • vedessero relegata la propria socialità esclusivamente all’arena tecnologica, non solo facilitatrice di tele-comunicazioni, ma anche veicolo amorale e alienante di contenuti algoritmicamente proposti…

Se, come dicevo, quel giorno arrivasse, quei giovani sarebbero certamente vittime di un attentato della sorte: legati ai binari del treno delle occasioni imperdibili, invece di saltare a bordo, ne resterebbero schiacciati al passaggio.

E quindi, se fossi adulto, mi augurerei uno sguardo alto(che, proprio al ginnasio, ho scoperto significa anche profondo) e comprensivo.

Lo sguardo di chi – beninteso: recepito asetticamente il merito delle scelte politiche come mero dato di contesto – volesse ancora cimentarsi in una riflessione di carattere squisitamente esistenziale, al riparo dalla tempesta degli umori della società.

Se – da appartenente al mondo degli adulti – dovessi mai imbattermi in editoriali sull’ingiusta fortuna di essere giovani piuttosto che anziani in tempi di pandemia, o fossi contagiato anche io dalla tentazione irresistibile di attribuire ai giovani la responsabilità diretta delle morti altrui, proverei a placare il mio istinto colpevolista.

Ricorderei a me stesso il mio tempo migliore e non saprei come ristorare la categoria degli adolescenti dell’impossibilità di sfruttare il loro ‘99.

Ricorderei a me stesso le infinite possibilità di quei giorni, anche se solo astratte, perché in fondo mi bastava pensare “se vorrò, potrò”, per sentirmi invincibile.

Ricorderei a me stesso che, tra il 1999 e il presente da adulto, tanti anni tutto sommato perdibili avrei messo alle spalle.

Mentre di quel ’99, no, ogni giorno fu irrinunciabile.

Ricorderei, a nome dei ragazzi, che un adulto è tenuto a dare, mentre, chi non lo è ancora, deve potere ricevere.

Dovrà pur parlare qualcuno per loro.

Perché quelli per i quali il 1999 coincidesse proprio con “quel giorno lungo più di un anno” neanche saprebbero cosa porta il treno che sta passando; ma chi invece lo sa, farebbe bene a incastonare qualche nostalgica reminiscenza giovanile fra le ingravescenti angosce senili, abbandonando approcci paternalistico-oppositivi, in favore di abbracci altruistico-inclusivi.

E, dunque, se mai da adulto dovessi occuparmi – per mestiere o per diletto – di coesione sociale, nonostante tutti gli ostacoli messi da certi adulti sulla mia strada, inizierei a proporne la costruzione condivisa di una nuova accezione: quella di coesione intergenerazionale.

*colonna sonora consigliata per la lettura: Summer of ‘69-Bryan Adams