Covid, vaccini, onorificenze

Covid, vaccini, onorificenze

di Antonio Corona

Vaccini.

Un profluvio di pro e contro, che quasi nemmeno le entusiasmanti vicende del recente campionato d’Europa di calcio per Nazioni, aggiudicatosi brillantemente dall’Italia, è riuscito ad arginare.

Non ultimo, in conseguenza dei paventati assembramenti, e correlato aumento di contagi, favoriti da manifestazioni di giubilo che, bandiere al vento, hanno riversato per le vie delle nostre città decine di migliaia di concittadini, ebbri di contentezza e vogliosi di potere finalmente festeggiare di nuovo qualcosa insieme.

Nella precedente raccolta de il commento, chi scrive ha avuto già modo di esprimersi in parte sulla questione, sebbene l’argomento sia stato lì assunto piuttosto a pretesto di brevi riflessioni su temi di respiro più ampio, quali autorità e autorevolezza, obbligo e persuasione, quant’altro.

A tutt’oggi, appare peraltro sostanzialmente inevasa, in ispecie relativamente alle sue implicazioni, una domanda di importanza cruciale: il vaccino è o no indispensabile nell’azione di contrasto alla pandemia?

Beninteso, non ad avviso di tizio o caio, bensì degli organismi scientifici specificamente preposti, fermo restando che la responsabilità delle conseguenti decisioni spettino a governo e parlamento, le cui valutazioni tengono ovviamente conto di tutti gli interessi in gioco al fine di un equilibrato loro contemperamento.

Tornando al punto.

Nell’affermativa, viene allora da chiedersi cosa replicare a quanti, sebbene orientati verso una eventuale sua obbligatorietà, trovino al contempo bizzarra la incongruente rimessione al singolo individuo, salvo che per talune “categorie”, di siffatta, delicatissima determinazione, per i riverberi che da essa possano scaturire sulla collettività.

E, questo, al di là di ciò di cui ciascuno sia convinto.

Risultano per esempio assolutamente comprensibili perplessità e timori di sottoporvisi, stante la non conoscenza, allo stato, di ogni possibile effetto nel lungo periodo di questi… “preparati”.

Rimane che il problema sia ora e non si possa stare ad attendere anni per potere fugare i (legittimi) dubbi.

La medicina è progredita nel tempo, a volte pure smentendo se stessa, sbagliando, facendone però tesoro.

È un prezzo che si deve mettere in debito conto, è a dir poco illusorio credere che nella vita ci sia qualcosa di autenticamente gratuito, subito o dopo il conto arriva, inesorabile.

Sul covid-19 si sa quello che si sta via via apprendendo.

Appaiono quasi miracolosi i progressi finora registrati e sarebbe un delitto non utilizzare fino in fondo l’unico, stando alla “medicina deputata”, strumento efficace che si sia riusciti, allo stato, a mettere a disposizione.

Con i rischi(calcolati) connessi del caso.

Giova rammentare che anche grazie ad essa, la medicina, almeno in alcune zone del mondo l’aspettativa di vita sia notevolmente aumentata.

Personalmente, e ripeto, personalmente, si è dell’idea che il vero pericolo sia al momento costituito dalla possibilità che, a forza di “girare” ed evolversi, il virus riesca prima o poi a “bucare” le difese che si è fin qui riusciti faticosamente a erigere.

Dopodiché?

Si omette ogni considerazione su incostituzionalità o meno dell’obbligo, etc. etc..

Torna viceversa gradito richiamare l’art. 2 Cost.: “La Repubblica (…) richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”.

“Solidarietà”?

Come si declinerebbe, in concreto, tale previsione, riguardo quanti che, al fine di sottrarsi alla somministrazione del vaccino, intendessero nicchiare, per potere poi lucrare sul raggiungimento della immunità di gregge?

Per carità, si starà per prendere una cantonata, ma si è persuasi che l’immunità di gregge serva a coprire le persone impossibilitate a sottoporsi a trattamenti del genere, non i… “soliti italiani”.

Concludendo, pare potersi ragionevolmente asserire che prima si riescano a fermare i contagi, prima ci si metta in sicurezza.

Da cui, appunto, come per la non infinita disponibilità di tempo, la propensione all’“obbligo”, senza troppo indugiare su divieti vari per i non muniti di green pass, che rischiano di tramutarsi in un autentico stillicidio e di esacerbare ulteriormente gli animi.

“Prevenire è meglio che curare”, non si dice così?

Meglio proprio sorvolare su quello che potrebbe accadere ove, per i motivi dianzi accennati, si riscontrasse una sopravvenuta inefficacia del vaccino: ulteriori lockdown? “Caccie agli untori”?

Brrrr, vengono i brividi già solo al pensiero.

Insomma, questo vaccino, è indispensabile o no?

E i prefetti?

Si è pensato ai prefetti?

Che cosa c’entrino ora i prefetti…

Se ne parla ora nella qualità di Presidente di AP-Associazione Prefettizi.

A scanso di equivoci, non si tratta della perequazione retributiva con altre figure dirigenziali del pubblico impiego, oggetto di negoziazione nell’ambito del rinnovo contrattuale del personale della carriera prefettizia.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri – occorre darne atto – ha assunto la lodevole iniziativa di conferire le onorificenze O.M.R.I.(Ordine al Merito della Repubblica Italiana) a “(…) coloro che sono stati in prima linea nel fronteggiare l’emergenza Covid-19, prioritariamente medici, sanitari e volontari, ma anche operatori della protezione civile, vigili del fuoco, forze dell’ordine ed altri soggetti che hanno operato con abnegazione nelle attività connesse alla gestione dell’emergenza. (…)”.

A tal fine, si è rivolta ai prefetti per la individuazione dei ritenuti meritevoli di cotanto prestigioso riconoscimento.

Tutti(i prefetti), si sono immediatamente attivati, come concretamente riscontrato lo scorso 2 giugno in occasione della consegna dei diplomi di onorificenze che, si è convinti, avrà riguardato pure colleghi e collaboratori in ragione del prezioso apporto dai medesimi assicurato nel contesto delle complesse e delicate attività svolte dalle prefetture.

Ma… e i prefetti?

Pure essendo loro i primi responsabili e coordinatori delle attività suddette, i prefetti(sì, ancora loro, sia permesso) non hanno certo segnalato se stessi, nemmeno per… interposta persona.

La domanda è perciò chi, motu proprio, dovrebbe/avrebbe dovuto pensarci.

Ai posteri, l’ardua sentenza.

Può procurare/avere procurato qualche umanissimo disagio, alla festa della Repubblica del corrente anno, consegnare i diplomi in parola e non esserne tra i destinatari.

Non per i diplomi in sé, quanto per le (cennate) motivazioni poste a fondamento delle afferenti onorificenze assegnate.

Considerate in proposito, si diceva, e quantomeno in via di principio, le rilevantissime responsabilità assolte da ciascun prefetto (anche) nella attuale, difficilissima congiuntura.

Attenzione.

Qui, come peraltro è sempre costume dell’autore di queste righe, Cicero non parla… pro domo sua.

A sua completa insaputa, infatti – vale ripetere, “a sua completa insaputa”, non analogamente a colui che, qualche anno fa, divenne senza saperlo… proprietario di un lussuoso appartamento al Colosseo – qualcuno, di propria sponte, chissà, magari mosso a… compassione, non comunque la Amministrazione, si è fatto carico di inviare direttamente alla Presidenza la segnalazione di rito, dalla quale è infine scaturito il conferimento in parola allo scrivente.

Once upon a time…

C’è chi ricordi che si era fregiati della onorificenza di commendatore da viceprefetti vicari e da questori.

Insomma, da dirigenti superiori.

Non soltanto da oggi?

Quale sarebbe la “regola”?

Boh?!?…

Se neanche per meriti oggettivamente acquisiti sul campo, come nel disbrigo della pandemia da corona(toh?!?)virus

Chi ci avrebbe dovuto/potuto pensare?

Nelle more di auspicati ragguagli… pinne, fucile e occhiali in spalla e intanto, come recitava un motivetto di un’era geologica fa, tutti al mare, tutti al mare

“Va là, che è meglio!”, come si direbbe da queste parti.

Buone (si spera) vacanze.