La favola talebana Quando l’invasore ti fa ricco!

La favola talebana Quando l’invasore ti fa ricco!

di Maurizio Guaitoli

Chi chiamereste per riparavi il fuoristrada?

Un meccanico esperto, o un politico parolaio che non ha mai messo le mani in un cofano motore?

Il clan Haqqani e il suo leader, Serajuddin(su cui pende una taglia di milioni di dollari, comparendo nella lista internazionale dei terroristi più ricercati del mondo!) “è” il meccanico della metafora. Un vero intenditore, in fatto di organizzazione e di esecuzione di attentati suicidi. Che però ha una voglia matta di sottrarsi a Guantanamo e di godersi tutto il potere che gli dà oggi la sua nomina a Ministro dell’Interno del redivivo emirato dei Taleb. Ergo, Serajuddin farà di tutto (e, si immagina, non certo in punta di diritto alla moda occidentale) per sterminare e sterilizzare quelli che continuino a essere ciò che lui è stato, dato che oggi rappresentano i nemici che gli insidiano il potere, a partire dall’ormai tristemente famosa Isis-K. Del resto, l’invasione Usa dell’Afghanistan, come l’annientamento dello Stato islamico di Iraq e Siria, è servito a tutti i gruppi dell’islam radicale per non avere voglia di riprovarci mai più a scuotere quel nido di vipere delle armate occidentali e del nemico sciita iraniano. Hanno troppo veleno nei denti per sperare di farla franca. E questo è un gran bene, soprattutto per Haqqani che potrà godere appieno della tendenza dell’Occidente ad atteggiarsi alle tre scimmiette, quando si tratterà di eliminare i nostalgici del Califfato islamico di Al Baghdadi, senza passare per le corti di giustizia. Poiché “il nemico del mio nemico è il mio migliore amico”, lasciamo che Serajuddin faccia il suo lavoro!

Ma, di certo, per tutti gli islamisti del suo stampo l’Occidente resterà sempre il Grande Satana. Al quale vendere sicurezza eradicando le piantagioni di oppio, in cambio sia di denaro sonante da parte del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, sia di qualche ricca concessione mineraria ai soliti noti(le multinazionali cinesi e statunitensi!). Haqqani e i talebani come lui vogliono durare altri mille anni nel nome di Allah e del Profeta impugnando la Spada della Jihad e il Corano, buono sia per giudicare colpe e virtù innervando tutto il sistema giudiziario islamico, rapido e spietato, sia per governare un Paese fallito che ha assoluta necessità di riconoscimento internazionale. Ergo, l’Occidente deve essere lungimirante e fare in modo che l’Afghanistan si risollevi dall’attuale condizione di Stato fallito, evitando di armare gli hazara e i tagiki contro Kabul per scatenare al suo interno una guerra civile, fatto che potrebbe proiettare violentemente nel resto del mondo le schegge impazzite del jihadismo globale.

Infatti, detto egoisticamente: quante migliaia di miliardi di dollari costerebbe all’economia mondiale la risorgenza del terrorismo islamico in questo terzo decennio del XXI sec.?

Allora, vale la pena di comprare sicurezza in cambio di generosi aiuti umanitari ai Taliban, che non hanno alcuna intenzione di democratizzare il proprio Paese, fuorviando i fedeli dalla loro missione millenaria di onorare il Profeta.

Del resto, vale il seguente sillogismo: “se i Taliban proteggono al Qaeda e Isis e la Cina protegge i Taliban, allora per proprietà transitiva la Cina protegge al Qaeda e Isis”. Quindi, Xi Jinping proteggerà se stesso solo e soltanto se proteggerà dal terrorismo islamico anche l’Occidente. Altra conseguenza della luna di miele tra il nuovo Governo di Kabul e la Cina: alleandosi con Pechino i talib antepongono le questioni di potere (si veda la composizione del nuovo governo a Kabul) alla religione, visto che la Cina è il più accanito persecutore degli uiguri musulmani dello Xinjiang. Un popolo turcomanno di milioni di individui che vengono, rispettivamente: videosorvegliati 24h/24 ogni giorno dell’anno con una evoluta Artificial Intelligence per il riconoscimento facciale; confinati nei campi di concentramento o nelle carceri; assoggettati a sterilizzazioni di massa per contenerne il numero; costretti a subire una politica di sostituzione etnica in cui vengono riassegnate le case degli uiguri ai fedelissimi sudditi di etnia Han. Ma questo importa poco al clan Haqqani e ai suoi sodali, perché, in fondo, come giustamente osserva Fareed Zaccaria sul Washington Post del 10 settembre, il vero scontro di civiltà non è mai stato tra Islam e Occidente ma tra i diversi mondi dell’Islam: sunniti contro sciiti; musulmani radicali contro quelli moderati e più inclini ad accettare la modernità.

Ma, mentre per il nostro mondo i significati di occidentalizzazione e modernizzazione coincidono, per l’Umma islamica i due concetti sono completamente separati e dei due si accetta strumentalmente solo il secondo, per migliorare la qualità della vita. Del resto, venti anni dalle Twin Towers non sono passati invano e hanno registrato il completo fallimento dell’ideologia di Al Qaeda. Nel 2001, Osama Bin Laden sognava di far rinascere il califfato mediorientale colpendo l’obiettivo lontano(l’America), perché era il grande protettore dell’obiettivo vicino(quello reale, cioè!), costituito dagli Stati arabi governati dai dittatori alleati dell’Occidente come Egitto (non per nulla il suo braccio destro, e oggi capo di Al Qaeda è il medico egiziano Al Zawahiri) e Arabia Saudita, di cui lo stesso Bin Laden era un ricco cittadino. L’utopia di Al Qaeda si è rivelata completamente infondata perché i popoli musulmani hanno dimostrato di non volere né i califfati dell’età dell’oro, né i tiranni, ma una maggiore apertura al mondo e ai benefici della modernizzazione, senza per questo mai rinnegare la propria fede.

In fondo, lo Stato laico afghano ha sempre rappresentato un miraggio, dato che gli Stati Uniti, a causa di un mix di arroganza e di ignoranza, non hanno minimamente saputo prendere in considerazione le dinamiche tribali e religiose della società afghana. Ecco: per noi occidentali sarebbe ora di cominciare a farlo! Ma, nel caso dell’Afghanistan vale il motto: “l’invasore ti fa ricco!”. Se per quasi tutti il ritiro Usa da Kabul è stato una sconfitta, per qualcun altro, che con l’invasione si è arricchito da matti, ha rappresentato solo un pessimo affare. Infatti, la partenza del contingente americano ha portato definitivamente via con sé un fiume di miliardi di dollari, che hanno fatto la fortuna di non pochi afghani invasi e di molti altri invasori, questi ultimi presenti in forza nell’economia americana e nelle aziende quotate a Wall Street. Ce ne parla con grande dovizia di particolari Farah Stockman sul New York Times del 15 settembre, da cui discendono per l’essenziale le analisi che seguono. Per iniziare, si cita nell’articolo un certo Hikmatullah Shadman che, partito da teenager come interprete a 1.500 dollari al mese(pari a 20 volte il salario di un agente della polizia locale!), dieci anni dopo era il titolare di una compagnia di autotrasporti specializzati nella fornitura delle basi americane, vantando un fatturato annuo di 160 milioni di dollari! Quindi, se un tipo insignificante come Shadman era riuscito a diventare ricchissimo grazie alla guerra al terrore, si può ben immaginare che cosa abbia combinato il signore della guerra(warlord) Gul Agha Sherzai una volta divenuto Governatore. Durante l’occupazione, infatti, la sua famiglia allargata ha rifornito di ogni ben di dio la base Usa a Kandahar, catalizzando così sui conti correnti esteri del patriarca parecchie centinaia di milioni di dollari di fondi riservati, erogati dalla Cia per combattere la guerriglia talebana.

Stime precise non è possibile farle, ma il tenore di vita parla da solo visto che, per sua stessa ammissione, Sherzai dichiarò in passato di aver speso come argent-de-poche 40.000 dollari per acquisti di beni superflui di lusso in Germania!

Avete presente la fame nera di ieri e di oggi dei contadini afghani, con un reddito medio di circa dieci dollari al mese?

Altro che guerra onorevole di liberazione per affermare i diritti delle donne e per neutralizzare i terroristi islamici che avevano colpito l’America! In senso lato, osserva Stockman, la dilagante corruzione afghana durante l’occupazione Usa non si è rivelata un fatto puramente casuale e indesiderato. Al contrario! “Noi americani non abbiamo sconfitto i talebani: lo hanno fatto per noi i warlord ricevendo in cambio vagonate di dollari!”. E proprio questi ultimi, riciclatisi in posti istituzionali di generali e governatori, hanno monopolizzato e intercettato i flussi dei finanziamenti miliardari Usa per la (irrealistica) realizzazione del progetto di Nation Building afghano, così caro agli schieramenti bypartisan di Parlamento e Pentagono. Proprio questa fitta rete di capibanda e capitribù afghani, che avrebbe dovuto contribuire a governare il Paese, ha avuto come unica missione l’arricchimento smodato delle proprie componenti interne a spese dell’erario statunitense, circostanza quest’ultima che si è rivelata l’unico, vero grande successo dell’occupazione americana dell’Afghanistan!

Le cinquecento basi Usa sono servite infatti come pozzo di S. Patrizio per generare immense fortune personali, derivate dalle attività svolte da esponenti di spicco delle istituzioni locali che facevano accordi sottobanco con i talebani, per evitare spiacevoli attacchi alle pattuglie occidentali. Ma non ci sono solo gli autoctoni a fare affari con l’occupazione: ben il 40% delle risorse stanziate per l’Afghanistan sono tornate indietro ai Paesi donatori dell’Occidente, generando notevoli profitti per le corporation coinvolte e coprendo la spesa per gli stipendi di migliaia di consulenti impiegati sul campo. Per esempio, una grande azienda americana per le costruzioni edili, il Louis Berger Group con sede in Louisiana, ha ottenuto appalti per 1,4 miliardi di dollari per costruire scuole, ospedali e strade. Cosa che ha continuato regolarmente a fare anche quando è stato dimostrato che aveva corrotto funzionari locali e sovrafatturato i costi sostenuti. Quindi non c’è mai stata solo la corruzione afghana in campo, bensì anche quella molto consistente dei donatori. La guerra afghana, per questione di interesse, l’hanno vinta i contractor del Pentagono, alcuni dei quali rappresentavano compagnie americane ben note che hanno finanziato le campagne presidenziali di George Bush. Una di queste, beneficiaria di un contratto di consulenza a sostegno del Governo iracheno, aveva un solo impiegato che poi non era altro che il marito di una vice assistente del Segretario della Difesa Usa!

In Afghanistan, in questi 20 anni, le risorse investite dagli americani per la difesa di quel Paese hanno rappresentato la parte sostanziale del Pil nazionale, al netto dei proventi dell’oppio. Il Governo statunitense, infatti, ha investito in dollari 145 miliardi per l’aiuto alla ricostruzione, più altri 837 miliardi per combattere la guerra, a fronte di un Pil nazionale afghano che nel periodo considerato ha oscillato tra i 4 e i 20 miliardi all’anno, in funzione della presenza del numero di effettivi dell’esercito di occupazione Usa. Tanto denaro doveva servire a conquistare il cuore degli afghani, garantendo sicurezza e costruendo per loro centrali elettriche e ponti e, invece, si è ottenuto solo di scatenare una guerra per bande generando rabbia e risentimento nella maggior parte della popolazione afghana che ne è stata esclusa.

Risultato?

Un’economia creativa a metà tra un casinò di Las Vegas e uno Schema Ponzi.. Perché combattere i talebani quando bastava pagarli affinché loro non ci attaccassero”. Così il gatto si è divorato la coda: l’America ha speso sempre più soldi per evitare nuovi attacchi, il cui numero e intensità crescenti serviva a aumentare progressivamente la posta in gioco.

Nel linguaggio sociologico, Paesi come l’Afghanistan del post 2001 sono definiti Stati rentiers, che vivono cioè di rendita a spese del contribuente altrui! E poiché il denaro veniva regalato dall’estero, non s’è avuto modo di costruire uno Stato moderno basato sulla fiscalità, cioè sulla ricchezza prodotta dai propri cittadini!

Quindi, in definitiva, che cosa dimostra il caso afghano?

Semplice: non si può comprare un esercito ma solo… affittarlo!

Scaduto il… contratto a seguito del ritorno in Patria del Pantalone di turno, si ricomincia tutto daccapo, aspettando che qualche altro Impero (giallo?) vada a impigliarsi di nuovo nella rete tribale afghana.